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Berlino, estate ‘42 (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 13 mar
  • Tempo di lettura: 8 min

Berlino, estate ‘42

(In Liebe, Eure Hilde) Germania 2024 dramma biografico 2h5’

 

Regia: Andreas Dresen

Sceneggiatura: Laila Stieler

Fotografia: Judith Kaufmann

Montaggio: Jörg Hauschild

Musiche: Jens Quandt

Scenografia: Susanne Hopf

Costumi: Birgitt Kilian

 

Liv Lisa Fries: Hilde Coppi

Johannes Hegemann: Hans Coppi

Lisa Wagner: Anneliese Kühn

Alexander Scheer: Harald Poelchau

Emma Bading: Ina Ender

Sina Martens: Libertas Schulze-Boysen

Lisa Hrdina: Grete Jäger

Lena Urzendowsky: Liane Berkowitz

Hans-Christian Hegewald: Albert Hößler

Nico Ehrenteit: Harro Schulze-Boysen

Jacob Keller: Heinrich Scheel

 

TRAMA: Nella Berlino del 1942, Hilde fa parte di un gruppo antinazista. Si innamora di un altro membro, Hans. I due trascorrono un’estate insieme finché non vengono scoperti dalla Gestapo e Hilde viene imprigionata, incinta di otto mesi.

 

VOTO 7



Il 28° lungometraggio del regista Andreas Dresen è la vera storia di Hilde Coppi (1909-1943), che apparteneva al gruppo di resistenza che i nazisti al governo della nazione chiamarono “L’orchestra rossa” (Rote Kapelle) con il marito Hans (1916-1942). Entrambi erano tra gli oltre 50 membri che furono giustiziati a Berlino in quegli anni. Laila Stieler ha adattato il materiale in una sceneggiatura molto efficace, lenta e inesorabile come l’andatura dell’intero film, mano femminile felicissima per disegnare degnamente una figura di donna come la protagonista.



Chi era Hilde Coppi. Fu una combattente, non armata, non violenta, ma attivista della resistenza tedesca contro il nazionalsocialismo, nata e cresciuta a Berlino con una madre negoziante, dopo che il padre era morto quando lei era ancora una bambina. Dovendo abbandonare gli studi, lavorò come receptionist e segretaria in vari studi medici e in seguito impiegata presso l’Istituto di Assicurazioni del Reich per i dipendenti quando incontrò Hans Coppi nel 1940, il quale già lavorava per il gruppo segreto. Come mostrato nel film, durante le varie attività svolte da quei giovani - accusati di comunismo ma in buona sostanza dal pensiero democratico e libero, essenzialmente contrari al regime nazista - come cercare di fornire informazioni ai russi, collegarsi in radio con i notiziari provenienti da Mosca, fare volantinaggio per diffondere notizie e smentire la fuorviante propaganda del governo, a furia di frequentarsi, Hilde e Hans si innamorarono.



Il regista narra come lui fosse timido e non invadente, mentre lei era molto trattenuta, poco intraprendente, acerba, se vogliamo. La loro relazione servì soprattutto a Hilde per sconfiggere le incertezze e il timore della eventuale repressione da parte della Gestapo. Man mano che prese confidenza non solo verso il giovane uomo ma soprattutto verso la fervida attività di resistenza partigiana, la ragazza divenne più attiva e coraggiosa. In più, il sesso che scaturì dal loro amore la portò a restare incinta, stato che non le impedì di continuare a lavorare per la squadra di cui ormai era parte molto attiva. Correvano tanti rischi, di notte e di giorno, ma lo spirito giovanile, quasi goliardico con cui vivevano quell’avventura, non li spaventava, né loro né gli altri componenti, che spesso si riunivano in campagna in un clima alquanto promiscuo. Tranne loro due, che erano una coppia a tutti gli effetti, tanto che nel giugno del ‘41 si sposarono.



La vita quasi clandestina li legò molto e, pur con le dovute cautele, l’attività del gruppo continuò fervidamente, fino a quando furono individuati e arrestati il 12 settembre 1942, alla fine di un’estate per loro appassionata e intensa in cui fecero tanti proseliti. Hilde, incinta, diede alla luce suo figlio Hans, come il padre che lei non vedeva ormai da tempo, a novembre nel carcere femminile di Barnimstraße a Berlino. Purtroppo le arrivò lì la notizia che nel frattempo il suo uomo era stato giustiziato. Anche la donna fu processata e condannata a morte per, come diceva l’atto giudiziario, “alto tradimento in relazione al favoreggiamento del nemico, spionaggio e reati radiofonici”. A trattarla duramente in carcere c’era la vigilante Anneliese Kühn, che non le permetteva nulla, ma i modi gentili e collaborativi della prigioniera la intenerì: lentamente divenne più permissiva e l’aiutava nella crescita e l’allattamento del neonato, concedendole sempre più facilitazioni di varia natura.



La guardia arrivò, tanto le si era affezionata, pur non mostrando troppa condiscendenza con la postura di ferrea carceraria, a scrivere una lettera di richiesta di clemenza che però fu respinta da Adolf Hitler nel luglio 1943. L’esecuzione fu rinviata ad agosto in modo che potesse allattare il suo bambino, aumentando nella nostra eroina le speranze di un trattamento migliore e magari della sospensione della pena capitale. Ma il 5 agosto 1943 Hilde Coppi fu decapitata con la ghigliottina a Berlino-Plötzensee insieme ad altre dodici donne accusate di appartenere all’Orchestra Rossa.



Il film inizia piano e mantiene per tutta la durata un ritmo lento ma sempre più coinvolgente, innanzitutto per la storia appassionante che mantiene viva l’attenzione del pubblico, ma principalmente per l’intensa e partecipativa interpretazione della eccellente Liv Lisa Fries, un’attrice capace di immedesimarsi nel personaggio e renderlo umanamente vicino allo spettatore. Impossibile non parteggiare per lei e non sostenerla nella sua personale battaglia in cella per non abbandonare il piccolo Hans, difficile non sentirsi coinvolti dal suo garbo e dalla sua gentilezza nelle quotidiane attività di mamma e prigioniera politica. In fondo, nessuno dei rivoltosi aveva commesso reati contro la persona, si erano solo opposti al duro regime nazista e avevano lavorato per tradire il governo del fuhrer in un clima imperante di polizia. Se l’attesa della esecuzione della severa sentenza diventa pesante, il finale, a poche ore dalla decapitazione è commovente, come e più quando il pastore, che la visita la prima volta per riferirle della ferale notizia del marito e poi per darle conforto negli ultimi istanti, la aiuta a scrivere la lettera d’addio alla mamma sconsolata (che aveva sempre sperato per il meglio) e soprattutto dedicata al piccolo che non avrebbe avuto più l’affetto della mamma.



“Puoi immaginare che non abbia avuto nessuna bella ora. È una fortuna che il bimbo sia ancora con me, nel suo interesse devo riprendermi. Ah, mamma, il pensiero di separarmi da mio figlio mi fa quasi disperare. Credo che non ci possa essere punizione più grande per una madre che separarla dal suo bambino.” Il foglio termina con una firma che impietosisce e dà il titolo originale al film: In liebe, eure Hilde, Con amore la tua Hilde. Osservare la fila delle donne che si avvia alla stanza dove viene letto il capo d’accusa e la sentenza, prima di entrare in quella della ghigliottina, è straziante.



Il passo compassato del bel film non deve ingannare: man mano che si va avanti, si resta inevitabilmente coinvolti, appassionati, quasi implicati nella storia di questa donna dotata di grande senso di resilienza, che affronta il suo destino a testa alta, con pochi attimi di cedimento, forte della voglia di tenersi il bambino specialmente quando pareva che glielo volessero togliere duranti i primi giorni di vita perché il suo seno non aveva latte a sufficienza per nutrirlo a dovere. In quei giorni, psicologicamente duri, non si arrese, combatté affinché Hansy restasse con lei, finalmente smuovendo l’intransigenza della severa Kühn, che alla fine le concesse di essere chiamata per nome, Anneliese: un segnale affettivo che le due donne, dopo tante settimane, si erano avvicinate.



Il cinema spesso ritorna alla Storia per narrare vite di coraggio e sacrificio. Questo racconto celebra la libertà ed esplora l’animo umano, con una straordinaria interpretazione di Liv Lisa Fries. Il film del bravo Andreas Dresen si sviluppa su due linee temporali intrecciate. Da un lato, seguiamo la vita di Hilde in carcere dall’arresto fino alla esecuzione della pena, facendo diventare quel carcere femminile un microcosmo di oppressione, ma anche di umanità e resilienza. Quando Hilde dà alla luce il figlio, la donna diventa più preparata alle avversità e acquista incredibilmente una forza nuova perché si pone in mente una missione ancora più grande, prima per lei impensabile: sopravvivere per lui. Con una narrazione ellittica, con salti temporali a ritroso (in qualche frangente non molto ordinati, a salti avanti e indietro pure nel passato), Dresen ci conduce alla sua giovinezza e alla sua relazione con Hans (Johannes Hegemann). Il loro amore nasce tra ideali condivisi e sogni di una vita semplice, ma si intreccia inevitabilmente con l’attivismo politico per opporsi al regime nazista attraverso la diffusione di informazioni e la propaganda antifascista.



Al centro del film resta la formidabile interpretazione di Liv Lisa Fries, che incarna Hilde Coppi con una delicatezza e un’intensità fuori dal comune. Bene fa il regista al fine di evitare qualsiasi idealizzazione eroica: la nostra protagonista non è una rivoluzionaria nata, ma una giovane donna che cresce nella consapevolezza del proprio ruolo piccolissimo ma importante per lei. Lo si nota benissimo, con la sceneggiatura di Laila Stieler, quanto inizialmente la ragazza sia impaurita e insicura, che però trova gradualmente il coraggio a causa di un fatto caratteriale: non è una donna rivoluzionaria nel senso classico, bensì ha notevole senso innato di giustizia. È questo che la ispira, la spinge, non la fa arretrare. È lì che trova il coraggio di non arrendersi, pur accettando un destino amaro. Dal suo canto, Johannes Hegemann, un attore di teatro prestato al cinema, al suo debutto dà vita a un Hans dolce e idealista, un uomo che crede nella possibilità di cambiare il mondo attraverso azioni concrete. Il loro amore è il cuore pulsante del film e la loro intesa, i momenti di intimità rubati, la gioia semplice di una giornata al lago contrastano tragicamente con il destino che li attende. Non sfugge la bravura pure della guardiana della prigione (Lisa Wagner) che, pur rimanendo un semplice e insignificante anello della catena del sistema del regime, mostra segni di empatia che, per merito della protagonista, vengono lentamente fuori. Anche la figura del pastore che offre conforto ai condannati, mantiene viva una scintilla di umanità in un ambiente disumano. Tracce, insomma, che paiono gocce d’acqua nel deserto del nazismo.



Andreas Dresen, regista praticamente poco conosciuto da noi, evita la retorica irritante e racconta una storia di dissenso fatta di piccoli gesti, di diffusione di notizie censurate, di informazione ai familiari dei soldati, trasporto di un rudimentale trasmettitore radio: azioni che sfidano direttamente la propaganda nazista. L’autore presenta la resistenza (che diventa resilienza in Hilde) come un atto di normalità, utilizzando uno stile intimo e asciutto, evidenziando come le spietate azioni del regime non consistessero solo in crudeltà manifesta, ma anche in una routine burocratica che portava alla condanna senza clamore. Il tribunale che decreta la morte lo fa con freddezza, mostrando come l’ingiustizia possa apparire come una semplice procedura amministrativa. Inoltre, da annotare è il rapporto tra amore e sacrificio quanto sia centrale. Hilde e Hans, attivisti e coppia, sognano un futuro insieme con un figlio in un mondo diverso, la loro storia esplora l’amore in tempi di oppressione. Si può essere felici quando la speranza sembra vana? Per lei, la risposta sta nell’amore per il suo bambino, ultimo legame con Hans e frammento di speranza per il futuro. Dal lato tecnico sono chiare le intenzioni della direttrice della fotografia Judith Kaufmann che preferisce uno stile minimalista e dal colore freddo, aumentando così anche le percezioni che si avvertono nel carcere. Anche la scenografia di Susanne Hopf è spoglia e ridotta ai minimi termini, rispecchiando i tempi di guerra, mai mostrata. Anche i costumi sono opera di una donna, Birgitt Kilian: tante, giustamente per raccontare una figura femminile forte con precisione e delicatezza, come quella della protagonista.



In definitiva, un film, dalla musica evocativa, che si rivela necessario ritraendo un’esperienza di militanza dimenticata dalla storia, ma per fortuna portata a conoscenza di tutti tramite il cinema.

Osservatela bene, Liv Lisa Fries: è davvero brava!



 
 
 

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