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Cattiverie a domicilio (2023)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 27 mar
  • Tempo di lettura: 7 min

Cattiverie a domicilio

(Wicked Little Letters) UK/USA/Francia 2023 commedia 1h40’

 

Regia: Thea Sharrock

Soggetto: Emily Cockayne (libri)

Sceneggiatura: Jonny Sweet

Fotografia: Ben Davis

Montaggio: Melanie Oliver

Musiche: Isobel Waller-Bridge

Scenografia: Cristina casali

Costumi: Charlotte Walter

 

Olivia Colman: Edith Swan

Jessie Buckley: Rose Gooding

Anjana Vasan: agente Gladys Moss

Timothy Spall: Edward Swan

Gemma Jones: Victoria Swan

Malachi Kirby: Bill

Joanna Scanlan: Ann

Lolly Adefope: Kate

Eileen Atkins: Mabel

Hugh Skinner: agente Papperwick

Paul Chahidi: Spedding, capo della polizia

Alisha Weir: Nancy Gooding

 

TRAMA: Nel 1920, la piccola e annoiata città costiera di Littlehampton viene sconvolta da un’inondazione di lettere anonime e oscene, che riempiono le cassette della posta della cittadina. L’intera comunità sospetta di una donna in particolare, ma anche la sua vicina di casa non sembra raccontarla giusta.

 

VOTO 6,5



Thea Sharrock è una regista londinese che ama raccontare storie innanzitutto facili e piacevoli ma in primo luogo ambientate nella sua Inghilterra, quella minimale, delle piccole vicende locali, passando da un esordio fin troppo romantico (Io prima di te) a commedie vere e proprie, dallo stampo prettamente britannico e, perché no, dominate dall’aurea femminea che in questo film assume i connotati di vero femminismo. Fisionomia evidenziata dalla presenza delle donne, prevalenti non solo nella lista dei personaggi, ma in primo luogo in quelle che condizionano e determinano il percorso delle vicende narrate. Donne sono le due antagoniste, donna è la vispa poliziotta sottovalutata e trattata da essere inferiore dai colleghi (superiore compreso) maschi, donne sono quelle che formeranno un intraprendente gruppo di indagini per arrivare alla soluzione del mistero. Donne sono pure le direttrici di montaggio, musiche, scenografia e costumi. Donne, in definitiva, sono quelle che dominano il film in lungo e in largo.



Non finisce qui: il soggetto, sebbene non dichiarato ufficialmente nei crediti, deriva da un paio di libri di una donna, la scrittrice storica Emily Cockayne, i cui titoli si potrebbero tradurre come Fianco a fianco: una storia di vicini e Penning Poison: una storia di lettere anonime. Ciò indica che le vicende della trama non sono state inventate di sana pianta tant’è che nei titoli di coda si possono leggere alcuni riferimenti di cronaca inerenti alla storia. E non solo: a memoria, non credo di aver letto mai durante lo scorrere degli ultimi frammenti di una visione, l’elenco delle parolacce e dei termini più volgari che si sentono e leggono nel film, impressione che si attenua da noi perché, ovviamente, sfilano sullo schermo nella lingua originale, per giunta scritti con un corsivo calligrafico degno degli anni ‘20, e per di più con la difficoltà che scorrono veloci. Ciò vuol dire che se ci si è divertiti (e accade davvero) durante la visione, altrettanto, se non di più, accade leggendo non i titoli di coda ma le scritte sul fondo, lasciando lo spettatore con lo status di simpatizzante dei personaggi, della regista e del quarantenne scozzese Jonny Sweet che ne ha scritto la frizzante sceneggiatura.



Oggetto delle liti che nascono un giorno a Littlehampton, piccola cittadina del West Sussex, sul mare della Manica, sono alcune lettere anonime (le piccole lettere malvagie, del titolo originale) che cominciano ad invadere la cassetta postale degli abitanti, prima solo indirizzate alla famiglia Swan - composta dall’anziano patriarca Edward (Timothy Spall), dalla moglie Victoria (Gemma Jones) e dalla pia e zitella figlia Edith (Olivia Colman) – poi, al culmine delle tribolazioni, anche ad altri cittadini, fino a colpire il capo della polizia locale e perfino il giudice del tribunale ove si celebra il processo (indiziario) alla maggiore sospettata: Rose Gooding (Jessie Buckley). Ma cosa sta davvero succedendo nella “ridente” cittadina?



Succede che nel 1920, la devota Edith diventa il bersaglio di lettere di odio, una questione di grande angoscia per il padre Edward e la gentile madre Victoria, perché oltretutto, le lettere contengono una serie di improperi, parolacce, oscenità, riferimenti di attività sessuali, volgari piccantissimi insulti. Un campionario di sconcezze alquanto completo ed esplicativo. Dopo aver sopportato 19 lettere di questo tipo l’uomo si decide a recarsi alla stazione di polizia per denunciare i fatti, senza mascherare che non ha dubbi circa i sospetti: per lui è sicuramente la loro vicina, quella della porta accanto, la madre single e migrante irlandese Rose Gooding, normalmente vista di cattivo occhio per i modi spicci e il linguaggio non proprio da educanda, vivace nei comportamenti, sguaiata nei rapporti con le altre persone. In verità, questa povera donna è scappata via dall’Irlanda (e ciò è già un difetto per i tradizionalisti inglesi), non ha un lavoro fisso, sbarca il lunario come può per mantenere sé e la figlioletta che (scandalo per i vicini!) prova a suonare la chitarra dell’uomo di colore che frequenta la casa, Bill. Ahi, quanti elementi poco dignitosi per la mentalità meschina e bigotta della famiglia Swan!



Evidenziando la famigerata propensione di Rose a imprecare, Edith, recatasi alla polizia spinta dal padre, testimonia che lei e Rose inizialmente condividevano un’amicizia indipendentemente dalle loro differenze, soprattutto di fede religiosa. Questa amicizia si era interrotta bruscamente in seguito a un episodio in cui Rose aveva dato una testata a uno degli ospiti del padre alla sua festa di compleanno. A ciò era seguita una visita dei servizi locali di protezione dell’infanzia che avevano agito su una soffiata e credendo che li avesse chiamati l’amica, Rose aveva posto fine all’amicizia. E così l’irlandese finisce in cella con le mille perplessità della agente Gladys Moss (Anjana Vasan, segniamoci questo nome), che, essendo donna, viene tenuta in servizio dal capo Spedding (Paul Chahidi) solo per le faccende burocratiche e per la preparazione del tè, a cui non ha dato neanche il permesso di detenere le manette. Son cose da uomini, perdinci! La poliziotta avverte simpatia per l’arrestata, intuisce che c’è qualcosa che non fila liscio, non è possibile che questa ragazza abbia scritto tutte quelle lettere anonime con le cattiverie che sembrano provenire da una stamberga di ubriachi.



Rose parla sul serio in maniera sconcia, ma proprio come intercalare, come linguaggio scherzoso e spontaneo, ma mai offensivo per davvero: Gladys non crede al suo capo né tantomeno a quel fanatico del collega Papperwick (Hugh Skinner), i quali ritengono presuntuosamente di aver chiuso le indagini in un baleno. La Moss, per ripicca e per convincimento, inizia ad indagare senza permesso e in via privata sulla faccenda, facendosi aiutare da alcune comari dai caratteri più strani: con Ann, Kate e Mabel, le quattro architettano un piano per scoprire il percorso postale delle lettere, che nel frattempo hanno ripreso ad arrivare con maggior vigore. Questi variopinti e variegati personaggi ci metteranno del tempo per giungere alla verità, invece al pubblico verrà svelata già a buon punto dalla narrazione, lasciandoci basiti, ma fino ad un certo punto perché, classico dei classici, i colpevoli si annidano spessissimo laddove non li cercheresti mai. Sorpresa? Non proprio.



Se la storia è sorprendente (anche perché almeno parzialmente vera) e attira l’attenzione e la mantiene viva fino alla fine, la parte più godibile del film non è nella trama bensì in due aspetti: uno è senz’altro il tono di commedia brillante che non smetta mai di divertire, diciamo pure una commedia di ottimo intrattenimento; l’altro è il cast. Che cast! Un film con Timothy Spall è inevitabilmente nobilitato dalla sua presenza perché è un fuoriclasse, un maestro, ma chi domina la scena è la coppia di amiche-nemiche Olivia Colman - Jessie Buckley. Una bomba di attrici!



Erano reduci da un film che le aveva viste assieme sul set (solo sul set perché i loro personaggi non erano coevi), La figlia oscura, e qui si ritrovano in un genere completamente all’opposto. Erano bravissime nel dramma, sono splendidamente brave nella commedia, che hanno già praticate altre volte, ma in questa occasione Thea Sharrock chiede a loro di adeguarsi allo spirito del film e diventano due interpreti fantastiche, di una simpatia trascinante, dando continuo spettacolo in ogni scena: sorrisetti, ammiccamenti, sguardi, piccole movenze che costellano l’intero film dall’inizio fino al finale, senza neanche smettere né nei momenti bui della storia, né nel momento conclusivo che poteva essere triste e che invece viene sfruttato ancora una volta per l’ultima occasione di una risata. Che splendore di attrici! La Colman lavora più di mimica, la Buckley un po’ con quella voce duttile che la natura le ha regalato, un po’ con quel muso che storce per maledire chi le vuol male. Hanno due ruoli diversamente uguali, perché diversamente arrabbiate per motivi paralleli, perché equamente discriminate dal mondo patriarcale, in famiglia e nella società. Edith ancor di più, redarguita dal padre continuamente e tenuta al guinzaglio quando avrebbe voluto la libertà di affermarsi nella vita. Cosa che invece Rose vuole prendersi da sola, con la grinta che la sorregge anche quando tutto va a rotoli.



Ma c’è un’altra attrice che non si fa mettere da parte né trascurare dal pubblico: Anjana Vasan è un portento di bravura, sembra appena uscita da un set di Wes Anderson. I suoi occhioni nero profondo sembrano parlare da soli, li rotea per non girare la testa o per esclamare dentro di sé quello che non può dire, soprattutto perché questa società maschilista non lo permette. Altra vittima come le due protagoniste. Ma la rivincita è anche sua, sul piano investigativo, sul riscatto femminista, sul riconoscimento sul campo delle sue intuizioni. Piccoli ruoli in film noti ma fino ad oggi nulla di importante, come mai i produttori non si accorgono di lei? Altro mistero.



Una commedia in cui si ride ma che fa riflettere sui danni che il patriarcato ha fatto e che continua a fare. Perché, spesso, la violenza domestica non lascia segni estemporanei sul corpo, ma permanenti nella testa e nel cuore. Ed alla fine Edith se ne libera, ecco perché sorride e si sfoga con l’ennesima parolaccia, benedetta dal risolino di Rose.

Thea Sharrock non è una regista geniale ma il suo lavoro lo fa discretamente, conosce i meccanismi del british humour e sforna un amabile film.


Sono 6 le candidature raccolte in campo internazionale.



 
 
 

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