Familia (2024)
- michemar
- 6 giorni fa
- Tempo di lettura: 8 min

Familia
Italia 2024 dramma 2h
Regia: Francesco Costabile
Soggetto: Luigi Celeste (Non sarà sempre così)
Sceneggiatura: Francesco Costabile, Adriano Chiarelli, Vittorio Moroni
Fotografia: Giuseppe Maio
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Musiche: Valerio Vigliar
Scenografia: Luca Servino
Costumi: Luca Costigliol
Francesco Gheghi: Luigi “Gigi” Celeste
Barbara Ronchi: Licia Licino
Francesco Di Leva: Franco Celeste
Marco Cicalese: Alessandro Celeste
Francesco De Lucia: Gigi bambino
Stefano Valentini: Alessandro bambino
Tecla Insolia: Giulia
Enrico Borello: Fulvio
TRAMA: Dopo dieci anni di assenza, Franco Celeste torna nella vita della moglie Licia e dei figli Alessandro e Luigi. I ricordi della violenza usata nei confronti della madre sono impressi nella mente dei due ragazzi. La paura, il turbamento e l’istinto di protezione da parte di Licia sono motivo di frustrazione per Franco Celeste, che vuole rientrare a far parte del nucleo familiare, rivendicando il diritto di paternità.
VOTO 6,5

Il regista lo ha definito un melodramma nero ed in effetti è una tragedia familiare e personale che, raccontata in questa maniera, attraversa diversi linguaggi tipici del cinema di genere: dal thriller psicologico al cinema quasi horror, fino a toccare profondamente la tematica sociale. In questa contaminazione c’è il desiderio di sperimentare, coinvolgere lo spettatore, andare in profondità e rendere questo racconto universale. Perché il cinema, usato come strumento di esperienza reale di vita, ci permette di conoscere microcosmi inaccessibili, di sviscerare le emozioni, aprire la narrazione a una complessità di sguardo e di pensiero. Il film si pone questo obiettivo: raccontare la violenza, soprattutto quella psicologica, e mostrarne le ferite profonde che segnano l’infanzia, purtroppo per sempre, lasciando segni profondi nell’intimo e condizionando, perciò, l’intera esistenza.

Luigi Celeste, detto Gigi (Francesco Gheghi), ora ha vent’anni e vive con la madre Licia (Barbara Ronchi) e il fratello Alessandro (Marco Cicalese), tutti uniti da un legame profondo. Sono quasi dieci anni che nessuno vede Franco (Francesco Di Leva), compagno e padre, che ha reso l’infanzia dei due ragazzi e la giovinezza di Licia un ricordo fatto di paura e prevaricazione. Gigi vive la strada e, alla ricerca di un senso di appartenenza e di identità, si unisce a un gruppo di estrema destra dove respira ancora rabbia e sopraffazione. La mancanza di una guida paterna lo ha spinto nelle braccia di un gruppo violento e razzista, politicamente al di fuori della democrazia, pronto alla rissa con coloro che vedono come nemici da distruggere. Ora Franco, uscito dalla galera per una rapina a mano armata in una banca, torna e rivuole i suoi figli, rivuole la sua famiglia, illude i familiari mostrandosi disponibile, dichiarandosi ancora pieno d’amore. Ma non è così, è sempre lo stesso uomo violento, geloso, iracondo, pronto ad alzare le mani sulla donna, già duramente segnata nella psiche e nel fisico per le violenze subito negli anni. Siccome Licia è buona, debole, che si fa facilmente convincere dai piccoli momenti di calma e acconsente al ritorno dell’uomo, si lascia abbindolare ancora una volta, fortemente contrariata dai due figli.

Gigi è il più arrendevole e acconsente, prima, ad avvicinare il padre, che così ha modo di insinuarsi ancora tra le maglie domestiche, mentre Alessandro non ha affatto fiducia nella situazione che si sta ricreando e resta non solo scettico ma proprio contrario e non accetta volentieri il riavvicinamento, non ha aspettative. Perché Franco era e resta un uomo che avvelena tutto ciò che tocca e rende chi ama prigioniero della sua ombra. In una situazione che all’apparenza sembra assumere il tono ed il ritmo di una vita quasi normale, lentamente si incammina, episodio dopo episodio, verso il baratro, da dove non si torna indietro se non con la tragedia: quella di Luigi e della sua famiglia è quindi una storia che arriva al fondo dell’abisso, necessario per compiere un percorso di rinascita, costi quel che costi.

Basato dal libro autobiografico dello stesso Luigi Celeste, il film inizia nel periodo in cui Franco è uscito dal carcere e torna a trovare, vicino casa, i due ragazzini all’insaputa della madre che, nel frattempo, ha dichiarato all’anagrafe la cancellazione dell’uomo dallo stato di famiglia. Ma con il rientro in casa che Licia ha oramai subìto, la scuola che frequentano i bimbi si accorge del mutamento del loro comportamento, richiamando la mamma per mostrare il tema che Gigi ha scritto in occasione della Festa del Papà, con chiari segnali del disagio che stanno rivivendo in famiglia. Come sentiamo sempre in casi simili (dove la donna è in tutti i casi la parte debole, quella che per bontà e per paura non ammette le difficoltà sue e dei fragili figli) lei alla direttrice nega ma l’istituto è già in allarme e i servizi sociali si muovono, presentandosi in casa per capire la situazione. La conseguenza è che l’uomo viene cacciato e, seguendo il protocollo previsto, Gigi e Alessandro vengono tolti dalle braccia (letteralmente) della mamma per essere portati in comunità idonee alla loro crescita ed educazione. Facile immaginare la disperazione della donna e dei figli che non capiscono come le istituzioni prendano questo tipo di decisioni, che non paiono rimedi ma peggioramenti della condizione affettiva.
Siamo ai giorni nostri, quando 10 anni dopo i due ragazzini sono diventati giovanotti: Gigi è nelle mani del gruppo nazi-fascista, Alessandro fa il bravo ragazzo lavorando, la mamma lavora in un’impresa di pulizie. Il primo, tatuato con i simboli impresentabili della fede politica che lo ha assorbito, è appena ingentilito dalla dolce ragazza che ha conosciuto, Giulia (Tecla Insolia), una brava liceale che cerca di tirarlo fuori dall’ambiente tossico in cui il giovane si è rifugiato per uscire da quello altrettanto dannoso rapporto che ha riallacciato con il padre. Legame ricucito che riporta Franco nella casa che lo aveva ripudiato: si reinserisce come una vipera con false promesse ma tornando alle antiche e peggiori abitudini patriarcali e maschiliste, fino – ahimè – al picchiare ancora una volta la sua donna.

Ciò che fa specie è che Franco si rende benissimo conto della sua immoralità, della sua cattiveria, dell’essere un compagno violento e disturbato, ma si giustifica affermando che lui, purtroppo, è così e non può farci nulla. Fino al drammatico momento che istiga, durante l’ennesimo diverbio familiare, il figlio Gigi a compiere l’unico gesto liberatorio. Non fornisco alcuno spoiler ma le vicende reali di Luigi Celeste avvenute nel 2008 sono fatti di cronaca e molti di noi se ne ricorderanno, fatti che il giovane ha riportato, appunto, nel suo libro autobiografico. Il finale apre alla speranza, a quella di una vita migliore, ad un futuro meno buio, perché, come dice Giulia, per rincuorare il suo Gigi, “Non sarà sempre così”.
Francesco Costabile - regista e sceneggiatore già molto attivo con cortometraggi a volte premiati e autore di un film che all’esordio ha riscosso diversi riconoscimenti (Una femmina, su altro fatto di cronaca, stavolta di criminalità organizzata) – lancia anche lui, come altre volte i suoi colleghi, un grido d’allarme per i tanti casi di abusi e violenze dei mariti e dei compagni in genere perché, come afferma, rispetto al tempo della storia da lui filmata, oggi ci sono più leggi e tutele, ma i problemi persistono, le denunce sono aumentate e il sistema non sempre riesce a gestire i casi. Le donne hanno paura di denunciare, anche per la risposta delle istituzioni non sempre pronta o efficace nel tempo. Quante volte sentiamo di donne e madri uccise nonostante che la giustizia abbia iniziato il suo corso (troppo lento) o che ancora non sono stati presi seri provvedimenti, oppure che gli uomini si sono resi colpevoli sebbene colpiti dai provvedimenti? Tanti, davvero tanti casi! Il film entra allora dentro quel buio, compie un viaggio che fa sentire scomodità allo spettatore, che prova disagio, che lo scuote. Come se passasse un paio d’ore dentro una situazione che normalmente udiamo come notizia.
La peculiarità di questa triste vicenda mette a fianco, ma anche una dipendente dall’altra, la violenza domestica e quella sociale, quella privata di una “familia” e quella dei gruppi giovanili ai margini della società, che si alimentano a vicenda, come nel caso di Luigi che porta tra i camerati la rabbia domestica, a cui fa compiere anche un tragitto di ritorno quando rientra con la stessa tonicità in famiglia, trovandosi tra i piedi anche il padre che non sa se amare o respingere. E fa entrambe le cose, pur desiderando ardentemente di avere un capofamiglia normale che dia quella quiete che non hanno mai conosciuto. Non sarà stato facile adattare il libro nelle due ore di film per non perdere passaggi importanti, per traslare il dolore dei ricordi, la paura vissuta sin da bambino a causa di quel padre incapace di relazionarsi con la propria famiglia se non attraverso la sopraffazione e il terrore, i momenti illusori di benessere psicologico. Se il libro è scritto da colui che nel film è il protagonista principale, la sceneggiatura non trascura le sfumature necessarie per illustrare il carattere della figura materna, che sarebbe stato comodo raccontare come vittima passiva e inerte e basta, ma che invece rispecchia – ben mostrato - una personalità fragile quanto complessa. Licia è piena di contraddizioni, compie scelte in apparenza inspiegabili, che però rispondono a un solo impulso: l’amore per i figli, oltre che all’indomabile speranza che in famiglia torni la pace. A conti fatti, è questa figura il vero cuore pulsante del film e attorno alla quale girano le vicende.
Se si devono scegliere alcune tra le scene più importanti e toccanti, ce ne sono almeno due, ben orchestrate dal regista: quella in cui gli assistenti sociali intervengono pesantemente nella vita della famiglia, con una violenza paragonabile solo a quella domestica; e quella nella quale la donna viene aggredita dal marito in ascensore sul posto di lavoro. Due momentacci che fanno stare sulle spine. Per quanto concerne il complesso della vicenda, non va trascurato l’ambiente dove si sviluppa, quella cornice sociale che è la periferia che spesso non è solo sfondo ma si impadronisce della trama, ma – attenzione – sappiamo purtroppo bene che questo non è l’unico sfondo in cui avvengono i fatti perché il vizio al centro della storia non ha connotati di classe e le violenze avvengono nell’intera scala delle classi sociali. La violenza è trasversale, colpisce chiunque e miete vittime anche in famiglie agiate, in apparenza insospettabili, e di certo non distingue tra ghetti e quartieri alti. Anche se non sembra, anche se non la pratichiamo o subiamo, la violenza ci riguarda tutti, a prescindere da chi siamo e da dove veniamo.
La regia di Francesco Costabile è buonissima, fatta anche di primi e primissimi piani, la scrittura è in perfetta sintonia con il contesto e il contenuto, il cast lavora in maniera eccellente, come del resto quello tecnico. Se mettiamo da parte l’interpretazione della imprescindibile Barbara Ronchi, senza la quale, pare oggi in Italia, non è possibile girare un film degno di nota, sempre brava e perfetta nei ruoli, qui oltretutto ombrosa e in sottrazione, oltre all’esperto Francesco Di Leva che sa e che ha nelle sue corde personaggi di questo tipo, l’attenzione del pubblico e delle giurie è andata tutta per Francesco Gheghi, che si è preso la scena appena apparso nella prima scena che gli toccava e non l’ha lasciata più. È un giovane attore che sta facendo passi da gigante e qui ha trovato un ruolo ideale per emergere, molo bene in parte. Il mio apprezzamento va anche per Marco Cicalese, che mi è sembrato ottimo e performante, messo in secondo piano dalla regia e dalla sceneggiatura ma mai dallo svolgersi dei fatti, avendo avuto, il suo Alessandro, un atteggiamento sempre coerente, interpretando molto bene lo stato d’animo e la mal predisposizione verso il genitore. Di Tecla Insolia si può dire tutto il bene che si vuole anche se la sua parte non è lunga, ma in seguito, padroneggiando le varie qualità che possiede come musicista, cantante e attrice, sappiamo oggi che, approdando nella miniserie L’arte della gioia di Valeria Golino, ha decisamente sfondato.
Questo è un film di promesse: quelle che offre il film nel tragico finale e quelle giovani del cast, oltre a quella del regista, da cui ci si potrebbe attendere belle cose in futuro.
Riconoscimenti
Festival di Venezia 2024
Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile a Francesco Gheghi
Premio NuovoImaie Talent Award per la miglior attrice esordiente Tecla Insolia
Menzione speciale al Premio FEDIC
Segnalazione Cinema For Unicef
Ciak d’oro 2024
Candidatura migliore film drammatico
Candidatura migliore attore protagonista a Francesco Di Leva
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