Iddu – L’ultimo padrino (2024)
- michemar
- 7 giorni fa
- Tempo di lettura: 8 min

Iddu – L’ultimo padrino
Italia/Francia 2024 gangster drammatico 2h2’
Regia: Fabio Grassadonia, Antonio Piazza
Sceneggiatura: Fabio Grassadonia, Antonio Piazza
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Paola Freddi
Musiche: Colapesce
Scenografia: Gaspare De Pascali
Costumi: Andrea Cavalletto
Toni Servillo: Catello Palumbo
Elio Germano: Matteo
Daniela Marra: Rita Mancuso
Barbora Bobuľová: Lucia Russo
Giuseppe Tantillo: Pino Tumino
Fausto Russo Alesi: col. Emilio Schiavon
Antonia Truppo: Stefania
Tommaso Ragno: Papacena
Betty Pedrazzi: Elvira
Filippo Luna: Giovannino
Rosario Palazzolo: don Gaetano
Roberto De Francesco: senatore
Vincenzo Ferrera: assessore
Maurizio Marchetti: mar. Di Graziano
TRAMA: Catello Palumbo, ex sindaco di una cittadina siciliana, condannato per collusione mafiosa nei primi anni 2000, collabora con i Servizi Segreti per catturare Matteo (Messina Denaro), un potente boss mafioso e suo figlioccio. Attraverso uno scambio epistolare con il latitante, Catello cerca di sfruttare i suoi messaggi per individuare il nascondiglio del boss.
VOTO 6

Siamo nel periodo in cui il latitante Matteo, leader di Cosa Nostra, era all’apice del suo nefasto potere. Nel film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, il nome per intero, che comprende anche Messina Denaro, non viene mai nominato. È una scelta deliberata degli autori probabilmente per sottolineare il distacco tra il personaggio cinematografico e la figura reale, mantenendo al contempo un riferimento riconoscibile. Questa tecnica narrativa serve certamente a concentrare l’attenzione sul dramma personale e sul contesto piuttosto che sul realismo biografico. In ogni caso, come è ben visibile, Elio Germano è fortemente rassomigliabile al personaggio e ciò toglie ogni dubbio. Il suo antagonista, se così si può definire, è Catello Palumbo (Toni Servillo), ex preside della scuola locale ed ex sindaco, espulso dalla Massoneria, che era amico di don Gaetano, il padre di Matteo, per questo scelto come padrino di battesimo al piccolo, il cui carattere determinato si scorge sin dalla scena iniziale, allorquando, tra i tre figli del boss, lui è l’unico – escludendo la sorellina perché femmina e quindi le è precluso – che si offre di scannare senza tentennamenti un agnello per la vicina Pasqua.

Il filo conduttore della trama è tenuto da Catello, napoletano lì trapiantato, iniziando da quando esce dal carcere di Cuneo dove è stato detenuto per alcuni anni per via della condanna ricevuta per concorso esterno in associazione di tipo mafioso. Uscendo, un uccello lo colpisce sulla spalla con i suoi escrementi e il secondino gli fa presente che potrebbe essere di buon auspicio, dato che “Qualcosa dal cielo arriva sempre.” “Segno propizio inviato da forze superiori. Un messaggio degli angeli custodi.” Fatalismo di quell’uomo, e non solo, perché anche specchio del suo carattere e allegoria, tanto tipica di come viene spesso dipinto, a torto o a ragione, il popolo siciliano. Rivedendolo entrare in casa, la moglie Elvira (Betty Pedrazzi) lo definisce, per come si comporta nei suoi affari sempre poco chiari, un morto: “Io sono vivo!” dice. E la moglie: “Hm, solo in apparenza, credimi. Una residuale agitazione delle tue cellule, schiuma di superficie. Sei morto!”.

Migliore descrizione del marito, la donna non poteva farla, ritrovando in casa quell’uomo che vuol tornare in sella ma che nessuno si fila più, fatta eccezione per il timido e stralunato giovanotto, Pino (Giuseppe Tantillo) che gli ha messo incinta la figlia, ma che lui respinge ritenendolo un incapace in qualsiasi attività, cambiando atteggiamento solo quando gli servirà per sfruttarlo nelle macchinazioni che lo aspettano. Succede infatti che la polizia e i servizi segreti, col pretesto di volerlo tenere sotto controllo, lo mettono alle strette e gli fanno accettare di collaborare con loro al fine di trovare il rifugio segreto e di agguantare finalmente l’irreperibile Matteo, il boss mafioso più potente, efferato e rispettato degli ultimi anni.

Lavorando con la fantasia e approfittando dell’idea dei cosiddetti “pizzini” che hanno tenuto banco le cronache giudiziarie di qualche anno fa, l’affiatato duo di regia ha sfruttato l’occasione per inserire nella loro sceneggiatura il giusto metodo per mettere in contatto l’ex carcerato con il capomafia: una corrispondenza epistolare che, partendo da pretesti di antica amicizia (da tempo ormai rifiutata dal boss) e di legami di “figlioccio”, possa far emergere qualche indizio che faccia intuire il luogo ove Matteo si è autosegregato. Lo spettatore lo sa bene perché noi vediamo comodamente come se la passa il criminale, chiuso in una stanza segreta dell’appartamento della vedova Lucia (Barbora Bobuľová), figura di fantasia ma fondamentale per la narrazione: collaboratrice nella stesura dei pizzini, postina iniziale del tortuoso percorso che questi fanno, ottima padrona di casa e, infine, utile personaggio per esplorare e capire il carattere del boss e i suoi comportamenti casalinghi mediante i frequenti colloqui che avvengono tra i due. L’una è debitrice per aver avuto “giustizia” dall’uomo per aver eliminato l’assassino del marito, l’altro lo è per i servizi fedeli e confidenziali che riceve. Nel frattempo si osserva qualche flashback dal tono onirico di quando Matteo viveva impunemente una vita normale e frequentava un locale per la bella prostituta straniera, giusto per sottolineare il lato decadente e grottesco della vita del boss durante la sua latitanza.

È un continuo rimando tra quella vita di forzato rinchiuso e le segrete riunioni tra Palumbo e gli agenti, in cui emergono prepotenti i dissidi tra il colonnello dei servizi Emilio Schiavon (Fausto Russo Alesi) e la grintosa ispettrice Rita Mancusa (Daniela Marra), il personaggio più complesso dell’intero film. Se gli altri risultano chiari, lei è quella che più incuriosisce e che viene fuori lentamente: è rappresentata come una donna determinata e coraggiosa, ma anche profondamente segnata dalle sue esperienze. La sua forza interiore emerge nel modo in cui affronta le difficoltà e le sfide, dimostrando una resilienza straordinaria. Tuttavia, il suo carattere è anche intriso di una certa malinconia e vulnerabilità, che la rendono umana e vicina al pubblico, sempre con quel viso rabbuiato, cupo, che non si fida di nessuno, neanche di quell’ufficiale che la tratta poco bene e da cui subirà l’ira (vendetta?) quando si muoverà da sola.

A prescindere dal cuore della trama, cioè i rapporti tra Matteo e Catello, che rappresentano l’essenza (o forse il pretesto), l’ultimo terzo del film vira decisamente verso quel campo minato che domina da molti decenni la vita italiana e la politica implicata: le connessioni tra i servizi segreti, i politici e i criminali, comuni o estremisti, cioè quelli che normalmente vengono definiti i servizi deviati. È il risvolto finale, è l’aspetto più inquietante dell’intera operazione cinematografica di Grassadonia e Piazza. L’ispettrice era ad un passo dal successo ma non le va bene e la reazione del colonnello è inaspettata, seppure vagasse nell’aria da qualche scena precedente. Che non corresse buon sangue tra servizi e polizia era chiaro ma che prendesse quella piega sembrava proprio improbabile. Ed invece. Invece la domanda della donna e dello spettatore è: vogliono davvero arrestare Matteo Messina Denaro o serve a qualcuno che sia libero e che “amministri” gli affari finanziari, commerciali e politici della Sicilia e non solo, qualcuno potente a livello nazionale? Dubbio allarmante!

L’approfondimento dei personaggi è senz’altro riuscito, almeno per i principali, a cominciare dall’ex galeotto, che, ora che non conta più nulla, e neanche prima in verità, è colui il quale cerca di restare a galla e sentirsi ancora importante (ma non lo è stato mai) cercando sempre di salvare almeno la pelle, cosa che normalmente non è mai nel destino delle mezze calzette. Toni Servillo si adopra come ci si aspetta da lui e sciorina l’ennesimo personaggio ricco di sfumature con la disinvoltura dei grandi attori. E diviene così la caricatura dell’ometto di cultura siciliano colluso con “quelli che contano”, alla ricerca di un riscatto impossibile, come infatti sarà. Con il riporto di capelli rossicci semra una macchietta.

Elio Germano si destreggia da par suo per dipingere un mimeticamente perfetto Matteo freddo e truce, che gestisce la Cosa come affare proprio a scopi propri, incutendo timore al solo pronunciarne il nome e condizionando l’andamento sociale della vita della cittadina, della regione e oltre. Altrimenti non sarebbe arrivato un ufficiale da Roma per controllare le indagini, qualsiasi cosa voglia dire “controllare”. Ai registi piace far notare anche come il mafioso legge e cita con falsa modestia i versi dell’Ecclesiaste dell’Antico Testamento, per dimostrare che anche lui riflette sulla vanità delle cose terrene e sul significato della vita, ponendosi domande universali. Un personaggio, quindi, dagli aspetti mentali e culturali imprevedibili.

Molto bella la figura femminile dell’ispettrice, a cui la brava Daniela Marra imprime un carattere deciso sfruttando la buona sceneggiatura del ruolo, impostando una recitazione tosta, dalla postura mascolina, adeguatamente nel rango affidato. L’attrice si guadagna sul set i galloni di una quasi protagonista recitando alla grande, sfruttando l’esperienza sul campo fatta con film importanti come Esterno notte di Bellocchio (un’ottima Faranda), diverse serie televisive e tanto teatro. Chi non aveva fatto caso a lei in precedenza (come lo scrivente) e la scopre solo qui, ne resta impressionato perché arriva in alcuni momenti quasi (e sottolineo quasi) a rubare la scena, dando risalto al festival degli accenti regionali che si odono nel film: il siciliano d’obbligo (e Germano lo sa fare magnificamente), il napoletano della coppia Palumbo, il veneto del colonnello ed il naturale calabrese dell’attrice.

Il buon Fausto Rossi Alesi, invece, non è stata una scelta felice, non per le sue qualità quanto per il fatto, appunto, di averlo fatto recitare in veneto e lo sforzo dell’attore siciliano lo si nota.
Ottima come al solito l’adattiva Antonia Truppo nel ruolo della sorella, non meno mostruosa, del boss.

Fabio Grassadonia e Antonio Piazza dopo Salvo e Sicilian Ghost Story, che trattavano sempre di ciò che avviene nella Sicilia sotterranea, sempre girando attorno alla questione mafia, prima con un regolamento di conti, poi con il vero e feroce omicidio di un dodicenne, al loro terzo lungometraggio puntano direttamente su una delle figure più importanti della criminalità organizzata, “Iddu”, il quasi impronunciabile (in realtà Matteo Messina Denaro era soprannominato u Siccu e Diabolik), che non necessitava di essere chiamato per nome, anche per timore.

Purtroppo per il duo registico, l’operazione non è entusiasmante, non è all’altezza delle storie che hanno girato in precedenza: il film si fa seguire con interesse ma si dilunga in alcune sequenze, forse per mantenere il passo di un racconto di persone che vogliono parlare poco, è abbastanza lento e risulta avvincente in maniera sufficiente con pause che causano qualche calo di attenzione. Di certo si può definire riuscito anche se occorre pazienza come il simbolico puzzle che Matteo compone un po’ per volta nel corso delle lunghe giornate che dispone, gioco che rappresenta una metafora della vita e della latitanza. La sua ossessione nel completarlo va a braccetto con il tentativo di mettere ordine in un’esistenza frammentata, caotica e priva di un senso più profondo. È una forma di distrazione dalla sua vita da topo in cui è confinato, ma allo stesso tempo evidenzia la sua incapacità di completare qualcosa, forse un riflesso della sua impotenza di fronte al destino. Nell’ultima inquadratura, la signora che lo accudisce pone con un sorriso soddisfatto l’ultima tessera, quella che mancava sempre a lui, un gesto, quasi di sfida, che sottolinea il controllo che ha sull’uomo e il ruolo centrale nella sua vita asfittica. È come se quel pezzo mancante fosse una dimostrazione simbolica di chi ha veramente il potere nella loro relazione, oltre che una chiara sovrapposizione con gli intenti dei due registi-sceneggiatori, che giocano con le dinamiche di potere e simbolismo.

Si poteva far meglio ma nel complesso è un buon film, con attori di prima grandezza, ottima fotografia firmata Luca Bigazzi e interessanti le musiche firmate da Colapesce, chiaramente ispirate ai film di critica sociopolitica degli anni ‘60 e ‘70 come quelli di Elio Petri. Una rilettura libera delle vicende, anche grottesca, con puntate culturali quando giungono le citazioni di Amleto, Bibbia e la comparsa della straordinaria statua dell’Efebo di Selinunte, ora nel Museo Civico Selinuntino di Castelvetrano, in provincia di Trapani, dove si volsero i fatti reali e dove si riferisce ipoteticamente il film.
Premi di importanza collaterale a Venezia 2024.
Commentaires