Il tempo che ci vuole (2024)
- michemar
- 17 ore fa
- Tempo di lettura: 8 min

Il tempo che ci vuole
Italia/Francia 2024 dramma biografico 1h50’
Regia: Francesca Comencini
Sceneggiatura: Francesca Comencini
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Francesca Calvelli, Stefano Mariotti
Musiche: Fabio Massimo Capogrosso
Scenografia: Paola Comencini
Costumi: Daria Calvelli
Fabrizio Gifuni: Luigi
Romana Maggiora Vergano: Francesca
Anna Mangiocavallo: Francesca bambina
Luca Donini: Clemente
Daniele Monterosi: regista
Lallo Circosta: operatore
TRAMA: Il complesso rapporto tra Francesca e suo padre, Luigi Comencini.
VOTO 6,5

Ambientato durante gli anni di piombo, il film segue la piccola Francesca sui set del papà e poi quando la giovane ragazza affronta la tossicodipendenza, sempre con il supporto del padre che non la abbandona specialmente nei periodi più difficili. Continuamente tenero e comprensivo, ma anche con atteggiamenti severi quando serve. E quando capisce che è utile allontanarla dall’ambiente che la sta rovinando con l’eroina la porta a Parigi per aiutarla a superare le sue difficoltà. Al funerale del suo amico, morto per overdose, le comunica che ha deciso di trascorrere insieme un periodo nella capitale francese e alla domanda per quanto tempo, la risposta è semplice e logica: “Il tempo che serve”. Attraverso il loro legame, il film intreccia amore, conflitto e rinascita, mostrando come il cinema, come arte e professione, possa essere un mezzo di salvezza e riconciliazione.
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Uno dei modi usati nel cinema per cambiare scena è la dissolvenza ma a volte, più usato nei film muti e nei classici e raramente oggi, si utilizza la tecnica della cinepresa che stringe con un cerchio concentrando l’attenzione su un oggetto o un personaggio: è l’iris shot, chiusura a iride. Francesca Comencini non usa questo metodo ma è come se lo abbia adottato mentalmente per l’intera durata del suo film, mettendo sostanzialmente in scena solo due personaggi: lei e l’affettuoso padre Luigi. Intorno c’è un’assenza che si può anche non percepire, tanto la narrazione è concentrata su loro due, ma lo spettatore sa bene che la famiglia Comencini era più numerosa, a cominciare dall’esistenza di una moglie e altre tre figlie. Ed invece tutto il racconto autobiografico è concentrato su padre e figlia, come fossero soli al mondo assieme al numeroso e rumoroso universo del cinema che frequentavano. Sì, perché Luigi portava sempre con sé la bimba, non trascurando, nel limite del possibile, di spiegarle ciò che accadeva tra i trambusti delle comparse, dei tecnici, delle attrezzature e il continuo disordine che regnava sul set, con “motore e ciak” comandati e tante volte sospesi perché c’era sempre qualcuno fuori posto, a cominciare proprio da lei, che vagava, tra l’estasi e la curiosità, entrando nel “campo” della macchina da presa. Luigi, sempre paziente, faceva ricominciare.

Siamo giusto nel periodo in cui il regista sta girando il celebre e mai superato Pinocchio della TV mentre la sua bimba osserva nello studio del padre le immagini del libro di Collodi: quella balena dalle fauci così spaventose le mettono terrore e non è capace di guardare il disegno. Alla piccola Francesca piace il personaggio di Lucignolo, vai a vedere perché. Anzi, forse il motivo è che, come accade a Jessica Rabbit, quel personaggio non è cattivo per davvero, è che lo disegnano così. Per di più, secondo il regista, in fondo non è affatto cattivo, vuole solo essere libero. Perché, parafrasando le parole di Mangiafuoco: “Bada bambina, non fidarti mai troppo di chi sembra buono e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo”.

Non sembri casuale questa sequenza, perché, come tutte le altre, ognuna ha la sua importanza ai fini dell’educazione civica e morale che il papà sta impartendo alla figlioletta, cosa che avviene anche quando scopre che nella classe che frequenta è accaduto un episodio increscioso e lui si sente in dovere di informare il direttore del comportamento scorretto della insegnante di francese. Oppure quando, sul set di Pinocchio, l’aiuto regista rimprovera troppo aspramente un’abitante del borgo dove stanno girando che si attarda sulla finestra rovinando la ripresa: Luigi riprende con severità il suo collaboratore facendo notare che sono loro che stanno portando fastidio e scompiglio ai cittadini, che sono pur sempre a casa loro. Gli insegnamenti che il regista porta alla figlia, e non solo, servono a continuare la sua opera di maestro di vita civile verso la piccola ma anche a spiegarci meglio il carattere dell’uomo: integro, serio, dai principi morali solidi, onesto, persona alla mano con tutto l’ambiente cinematografaro, dal vice fino all’ultimo operaio di scena. Una persona perbene, che si commuove fino alle lacrime rivedendo Paisà di Rossellini, stupito da tanta bellezza.
L’intero film è il loro modo racchiuso in un’intimità senza alternative, in cui, da bambina, Francesca osserva incuriosita il padre all’opera e nella vita privata, da grande attraversa la tempesta della crescita e dell’ambiente che frequenta trovandosi nell’occhio del ciclone quando, in piena crisi esistenziale, cade nella trappola della tossicodipendenza, fino al punto di mentire al padre che non la perdonerà mai per queste menzogne, avendole data la massima fiducia. Forse, entrambi non si erano resi conto che il profondo malessere che stava provando la giovane era provocato dal fatto che lei non si sentiva all’altezza delle attese, soprattutto nei confronti di un padre così importante. Era incapace di crearsi un destino, di trovare la via del suo futuro imminente, era una donna debole e non ferma come il suo personale maestro. In quel periodo instabile e tumultuoso degli Anni di Piombo, della strage di Piazza Fontana, del rapimento Moro e della sua uccisione, la gioventù studentesca era in ebollizione e in fase di ribellione, mentre non si accorgeva di lambire i confini delle ali estreme della politica, fino a giungere, inconsciamente, di applaudire in classe la notizia del rapimento del Presidente della DC. Un fatto sociale grave scambiato per un atto di contestazione. E ciò turbava l’uomo, che però non si accorgeva come Francesca si stesse allontanando dai canoni morali che le aveva insegnato.

Da qui il necessario distacco da Roma, uno squarcio di vita parigina, il conflitto e il distacco tra i due, la lenta rappacificazione ed il sofferto riavvicinamento. Una cura benefica da portare la ragazza sul set per i primi compiti alla regia, primi passi verso l’autonomia artistica che sfocerà nell’esordio autobiografico di Pianoforte, storia di droga in cui lui si lascia andare fino al suicidio, lei reagisce e diventa pianista. Parallelamente Francesca è la dimostrazione lampante di come il cinema le salvi la vita. Anche per merito di un padre grande in ogni senso. Che era contrario e odiava, come udiamo nel film, i colleghi che giravano film autobiografici: riservato com’era, Luigi non sopportava l’idea che un regista doveva parlare degli aspetti intimi personali e doveva invece realizzare film che piacessero al pubblico, che lo divertisse, lo distraesse dai problemi quotidiani con belle storie. Soprattutto ben filmate. Chissà oggi cosa direbbe di certo contrariato dall’opera così apertamente autobiografica della figlia in cui scopriamo tanti segreti della loro vita familiare.

È nella seconda parte che il film acquista vigore e significato, quando diventa tragico e illustra la vita di quei difficili anni ’70 per l’Italia e per la gioventù, che purtroppo non è stata sempre e solo quella “bella” vista da Marco Tullio Giordana. Lo è stata anche ma non esclusivamente. La stesura della sceneggiatura e il portare a termine un film del genere e con questo contenuto è difficile dire se sia un tributo per sé e quindi un’autoglorificazione (almeno per essersi liberata dall’eroina) e per raccontare di sé, oppure se la regista abbia confezionato un omaggio solenne e definitivo sulla per lei ingombrante figura paterna. Forse tutte e due. Di certo serve meglio a noi pubblico per scoprire le qualità di un uomo perbene, che, schiva, era una persona che trovava conforto nella vita familiare. Il suo essere famoso non lo faceva pesare in famiglia. Aveva semmai bisogno di trovare un rifugio, una vita regolare perché quando un film era pronto per uscire aveva sempre timore di un giudizio negativo. Era un uomo apprensivo, emotivo, che, come si nota, si nascondeva dietro la sua espressione da falso arcigno, molto tenero con la figlia. Il film non ce lo mostra, ma era circondato da sole donne, da ben cinque donne. Il film può piacere o no, ma ci riserva la bella sorpresa di mostrarci il Comencini che non conoscevamo. Soprattutto il film è un sincero e liberatorio viaggio nella vita privata di Francesca, che non si nasconde e si apre allo spettatore per mostrare le difficoltà che ha vissuto, gli errori giovanili, la felicità di aver avuto un genitore saldamente accanto, specialmente nei momenti bui in cui avrebbe potuto perdersi. O perdere la vita, salvata da lui e dal cinema che le ha riempito l’esistenza. L’onestà intellettuale di quest’uomo si ritrova anche nel fatto che, per lui, come svela la regista, era sempre più utile scoraggiare le velleità artistiche delle figlie perché, in questo modo, pensava, avrebbero messo più impegno a dimostrare che si sbagliava.
La balena che le faceva tanta paura è l’emblema delle incertezze, dei turbamenti, degli errori, delle cadute: per questo la dissolvenza alla fine di alcune scene trasforma l’immagine, la tramuta e la colora di striature rosse come la bocca spalancata dell’enorme cetaceo piena di denti pronti ad azzannare. Ricorre più volte questa sovrapposizione sia per tornare con la mente sul libro che la Francesca bambina sfogliava col padre, sia come rifugio e protezione così come accade a Pinocchio e a Geppetto, lì dove dopo tanto peregrinare si riabbracciano. Commovente, infine, la sequenza onirica finale del volo (chiaro omaggio a Miracolo a Milano) in cui i due unici protagonisti del film prima volano felici e trattenuti con le mani, poi lentamente si distaccano per lasciar andar via per sempre il papà Luigi: lui con un’espressione rassicurante (come per dire: vedrai, ce la farai bene anche da sola), lei rammaricata ma subito rassegnata e sorridente. Un distacco pacificato, un’accettazione poco dolorosa.

Fabrizio Gifuni è straordinario, assolutamente immerso nella mimesi, adattando il tono di voce che la regista ha di certo ritrovato nella memoria. Con quella coppola che ha sempre contraddistinto il grande autore, a volte sembra davvero di rivederlo. Romana Maggiora Vergano era chiamata a confermare le attese createsi dopo C’è ancora domani e solo dopo un anno non soltanto succede che dà quella dimostrazione, ma fornisce una prova maiuscola, di grande maturità nonostante quell’aria acerba che ancora la contraddistingue. Brava davvero, specialmente nei momenti più drammatici. Interessante è ciò che ha affermato Marco Bellocchio, che è uno dei produttori e un estimatore del film: “Perché dà una risposta, a me personalmente, che nella mia vita non ho saputo dare. Nel film di Francesca il padre sa rispondere alla figlia mentre io non ho saputo rispondere a mio fratello gemello. E così la figlia si salva, mio fratello si uccide. È terribilmente semplice.”

Il film, va detto, parte piano e risulta poco attraente nella prima parte con ripetute scene della bimba continuamente istruita e guidata dal padre nelle varie occasioni, ma poi il racconto si apre e acquista forza, diventa vita vera, quando il padre si accorge che la figlia necessita più vicinanza e più presenza, che fino ad allora erano bastate, ma ora deve iniziare una battaglia più onerosa dal punto di vista delle decisioni, pena perderla per sempre. Il dramma prende sopravvento ed emoziona. La strada era diventata tortuosa, difficile da percorrere e solo un buon padre sa riprendere per mano la figlia e mostrarle la via della pace con se stessa e del futuro che l’aspetta. “Mettiti in testa che io non ti lascio più sola. Io non ti lascio più, adesso.” Fino all’ultimo giorno, quando, volando via, Luigi sa che Francesca può andare avanti da sola senza cascare. Era come se la ragazza fosse andata nel paese dei balocchi e lui ha saputo riportarla indietro, nel mondo reale. Occorreva solo il tempo che ci voleva, né più né meno. Quello giusto.

Riconoscimenti
Festival di Venezia 2024
Premio Pasinetti a Romana Maggiora Vergano
Menzione Speciale del Soundtrack Stars Award
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