La ragazza con il braccialetto (2019)
- michemar
- 3 giorni fa
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La ragazza con il braccialetto
(La fille au bracelet) Francia/Belgio/Argentina 2019 dramma 1h35’
Regia: Stéphane Demoustier
Soggetto: Gonzalo Tobal, Ulises Porra (film “Acusada”, 2018)
Sceneggiatura: Stéphane Demoustier
Fotografia: Sylvain Verdet
Montaggio: Damien Maestraggi
Musiche: Carla Pallone
Scenografia: Catherine Cosme
Costumi: Justine Struye
Mélissa Guers: Lise Bataille
Roschdy Zem: Bruno Bataille
Chiara Mastroianni: Céline Bataille
Anaïs Demoustier: procuratore generale
Annie Mercier: avvocato di Lise
Pascal-Pierre Garbarini: presidente della Corte
Mikaël Halimi: Nathan
Léo Moreau: Diego
Paul Aïssaoui-Cuvelier: Jules Bataille
Anne Paulicevich: madre di Flora
TRAMA: La sedicenne Lise è accusata di aver ucciso la sua migliore amica. I suoi genitori le stanno a fianco, come naturalmente ci si aspetta. Una volta cominciato il processo, la vita segreta di Lise sarà pian piano rivelata a tutti.
VOTO 7

Lise è una ragazza di soli 16 anni accusata di aver ucciso la sua migliore amica, costretta a rimanere in libertà vigilata, con tanto di braccialetto alla caviglia, quando è in attesa, per due anni, che si svolga il processo che deciderà il destino della sua vita. Inoltre, deve confrontarsi anche con i suoi genitori Bruno e Céline, esponenti della classe agiata che non sanno se credere alle dichiarazioni della loro figlia. In particolare, il padre vuole credere a quella che vede ancora come una bambina e si dimostra protettivo nei suoi confronti, cercando di sostenerla in ogni modo possibile. La madre invece, sembra essere paralizzata pensando a quello che potrebbe diventare il futuro della figlia. Il processo, comunque, farà emergere lo stile di vita della giovane che i genitori ignoravano completamente e numerosi segreti verranno svelati in cerca della verità.

Anche perché per buona parte si svolge nell’aula di un tribunale, il film è più che mai uno di quelli che gli anglosassoni classificano nel sottogenere del legal movie o courtroom drama e se soprattutto quest’ultimo si può definire come opera che si svolge principalmente in un tribunale e si concentra sul processo legale ci siamo dentro senza dubbi. Anzi, in queste storie, spesso si assiste al confronto tra avvocati, testimoni e giudici, mettendo in evidenza la tensione emotiva, i dilemmi morali e le dinamiche legali e di norma si esplorano temi come giustizia, verità e potere, e può includere colpi di scena basati su rivelazioni sorprendenti o difese inaspettate. Tutto ciò, nel film di Stéphane Demoustier, viene abilmente sottolineato dall’andamento lento ma implacabile che il regista ha imposto e instaurato dal primo all’ultimo minuto. Analizzando parola per parola la definizione accennata, durante la visione ci si rende conto che ogni singolo elemento è stato esaltato a dovere stabilendo una tensione notevole e una serie di dubbi permanenti.

Fatta salva la prima sequenza vacanziera della famiglia Bataille, composta dal papà Bruno (Roschdy Zem), la mamma Céline (Chiara Mastroianni), il piccolo Jules e l’allora sedicenne Lise (Melissa Guers), che giocano in riva alla Loira, nella campagna di Nantes, a pochi metri dalla loro casa di vacanza, il resto del film si svolge nell’aula del tribunale della città, dove - due anni dopo l’irruzione della polizia sulla spiaggia del fiume in cui gli agenti hanno arrestato la sospettata di omicidio – si svolge il processo in quanto l’unica indagata dell’assassinio della coetanea Flora è proprio lei. Unica ma con prove vaghe e molti indizi, soprattutto di natura ipotetica ma mai pienamente provate. E quindi, avvocati, giudice, giurati, testimoni, e in maniera spiccata una giovane ma tenace donna in qualità di pubblico ministero (Anaïs Demoustier, sorella del regista, ampiamente più nota di lui).

La menzione a parte del personaggio accusatorio deriva sia dalla grinta che questa donna utilizza nell’esercizio del suo ruolo giudiziario, sia perché è colei che contribuisce abbondantemente a creare la tensione e i dilemmi di cui sopra. È lei che, insistendo con le domande, le tante insinuazioni (poco basate su fatti inequivocabili e molto sulle supposizioni) e le motivazioni mentali, spinge in alto la tensione in aula e instaura un certo senso di melodrammaticità all’aria che si respira nell’aula. Sono domande spesso imbarazzanti perché non insistono sui fatti materiali, quanto sul carattere e la psicologia dell’accusata, la quale, con una forza interiore di non poco conto, assume un atteggiamento di chiusura e di silenzi che ad alcuni dei giurati possono sembrare un comportamento deleterio, perché non collaborativo, come una specie di ammissione di colpa. Specialmente nel modo di non rispondere alle domande, di restare immobile e inespressiva alle richieste precise del giudice, dell’avvocato dell’accusa e dell’incalzante pubblico ministero. Silenzi che gli astanti, dal padre al pubblico, dal giudice ai giurati, fino alla afflitta mamma della morta, giudicano autoaccusatori, ma mai dando l’idea di ammissione.

È un gioco psicologico pericoloso e tesissimo: da una parte l’accusa che preme e le ipotesi plausibili che paiono condannare la sospettata, dall’altro i testimoni che sapevano della forte amicizia tra le due ragazze e che giudicano strano e poco credibile che Lise abba davvero compiuto un assassinio di quella efferatezza. Ben sette coltellate al nudo corpo di Flora, di cui quello fatale e più profondo alla gola, sul suo lato destro, particolare che fa pensare ad un aggressore mancino. E Lise è mancina. E Lise ha dormito con lei la notte precedente al ritrovamento del cadavere. Lei aveva voluto dormire a casa dell’amica, senza invito. Lei non determina con precisione l’orario in cui è uscita da quella casa per andare a prendere il fratellino all’uscita da scuola, orario che lambisce quello ipotetico dell’omicidio. E perché ne manca uno dal ceppo dei coltelli della cucina di casa Bataille? Che fine ha fatto, dato che è compatibile con quello usato nel delitto?

Se si esaminano tutti i dettagli del caso, la quasi totalità sono contro la ragazza, ma nulla è certo e anzitutto provato. Per questo, probabilmente, il pubblico ministero insiste con domande sui rapporti, l’amicizia e le gelosie tra le due amiche: per poter farla crollare o ammettere incongruenze e così stringerla nell’angolo. Fortuna di Lise è che ha l’esperta e matura avvocatessa della difesa trova sempre una scappatoia nei momenti decisivi. Fin quando accade l’imprevisto (riecco il dramma da corte giudiziaria): le rivelazioni dell’accusata sulla sua vita intima e sessuale, sulle scelte libere che ha sempre gradito (“Non abbiamo fatto l’amore. Ci siamo date piaceri sessuali”). Lise si è messa a parlare e ha così imbarazzato genitori e presenti. Lei, invece, impassibile.

Padre (sempre presente e con celata apprensione) e madre (poco partecipativa), finalmente presenti nelle sedute decisive - segno evidente di una unione screziata e ora in rovina – ascoltano immobili per non mostrare la sorpresa che stanno provando, resisi conto di non aver mai capito a fondo la personalità della figlia. Ora che, per spiegare meglio la sua estraneità al delitto, Lise sta svelando la sua esistenza giovane e disinvolta, libera sessualmente, sono tutti spiazzati, ma tutto serve a far chiarezza. Ma non è detto che questo sia sufficiente. Tutto fa pensare ad un regolamento di conti per spartirsi un giovane che entrambe volevano. Era più preponderante il loro legame oppure la rivalità in amore?

Sarà pure un thriller giudiziario ma come studio della psicologia di una fanciulla è interessante ancor più: la figura di Lise, ai fini del successo e del gradimento del film, diventa determinante, come lo è la sceneggiatura che non deve sbagliare alcun passaggio o termine preciso. Ogni dettaglio fa la differenza tra la riuscita e il fallimento. E va detto che Stéphane Demoustier, in entrambi i compiti, fa benissimo, non sbagliando mai inquadrature (pure quando lo spettatore aspetta, come al solito, il controcampo, e lui nulla), tempi e ritmi compassati, silenzi pesanti, sguardi carichi di significato. Persino la scelta degli attori è ottima: l’esordiente Mélissa Guers - carinissima e molto brava, più giovanile della sua effettiva età, motivo per cui va benissimo – è una rivelazione e recita come una esperta attrice che sa alla perfezione come deve esibire la sua bellezza adolescenziale e il modo provocatorio che deve usare per trincerarsi dietro ai silenzi. Come una specie di novella Emmanuelle Béart alle prime armi, spalanca al mondo la difesa delle sue scelte fregandosene di ciò che pensano genitori ed estranei, barricandosi dietro un consapevole comportamento da prima donna seducente, ma non per vanto né per esibizione, semplicemente perché non le importa nulla di ciò che pensano gli altri. Che personaggio!

Che i genitori siano o no suoi alleati poco gliene importa, mai mostrando affetto per loro ma vivendo solo nel suo mondo. Dal loro canto, i due sono distaccati e forse ognuno fa la sua vita, anche professionale, per cui andare assieme in tribunale suona strano, anche se entrambi hanno l’occasione, mediante le testimonianze che sono state chieste, di farci capire il loro carattere e come vedono la figlia. Ma non la giudicano, nonostante il video proiettato in aula da cui si capisce che non servono spiegazioni sulla vita sessuale di Lise. È destabilizzante ma tanto è così. Ne prendono solo atto.

Dramma giudiziario dalle forti tinte psicologiche, quindi, che pone delle inquietanti domande: chi è veramente Lise? Ma in generale, conosciamo fino in fondo le persone che amiamo? Domanda da rivolgere innanzitutto ai genitori, per capire se davvero conoscono i loro figli. Tante volte succede, infatti, che sono loro che cascano dal cielo ogni volta che un figlio commette qualcosa di anomalo o addirittura un crimine.

Per non essere banali, necessitava un buon soggetto e una buona scrittura e si può dire che qui ci sono. Poi gli attori adatti. Se l’epifania di Mélissa Guers è più che positiva, l’ottimo Roschdy Zem lavora di limitatezza, di contenimento, di essenzialità e disegna un uomo che tiene tutto dentro e che fa tutto il possibile per salvare la figlia che prima riteneva innocente ma di cui poi ha cominciato a dubitare e temere il peggio. Trattenuta anche Chiara Mastroianni, avendo meno spazio recitativo ma esibendosi sostanzialmente solo in occasione della testimonianza della sua Céline, potendo rivelare solo in quel momento ciò che pensa della figlia.
Lise? Si può dire che come ha cominciato il film così lo ha terminato. Impassibile e silenziosa, tranne che nel finale. Come se nulla sia accaduto. Che personaggio!
Riconoscimenti
Premio César 2021
Miglior adattamento
Candidatura a migliore promessa femminile a Mélissa Guers
Premio Lumière 2021
Migliore sceneggiatura
Candidatura a miglior film
Candidatura a rivelazione femminile a Mélissa Guers
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