La stanza accanto (2024)
- michemar
- 10 mar
- Tempo di lettura: 8 min

La stanza accanto
(The Room Next Door) Spagna/USA/Francia 2024 dramma 1h47’
Regia: Pedro Almodóvar
Soggetto: Sigrid Nunez (romanzo Attraverso la vita)
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Fotografia: Eduard Grau
Montaggio: Teresa Font
Musiche: Alberto Iglesias
Scenografia: Inbal Weinberg
Costumi: Bina Daigeler
Tilda Swinton: Martha Hunt / Michelle
Julianne Moore: Ingrid Parker
John Turturro: Damian
Alessandro Nivola: poliziotto
Raúl Arévalo: prete spagnolo
Alex Høgh Andersen: Fred
Vicky Luengo: moglie di Fred
Esther McGregor: Martha da giovane
TRAMA: Martha Hunt e Ingrid Parker, un tempo amiche strette quando da giovani lavoravano insieme alla stessa rivista, dopo aver passato alcuni anni senza vedersi, si ritrovano in una circostanza triste ed estrema, dolorosa e dura, ma molto dolce.
VOTO 7,5

Torna Almodóvar dopo tre anni di assenza, torna a parlar di donne, come fa da decenni, dopo una parentesi molto personale (lo sono un po’ tutti i suoi film, in un certo senso) con Dolor y gloria, inserito tra le consuete trame piene di personaggi femminili e lo fa con uno degli argomenti più difficili da trattare e affrontare serenamente, senza le solite polemiche socio-esistenziali-religiose: l’eutanasia. Torna con la sua nota delicatezza e precisione in merito ai sentimenti personali e interpersonali dei suoi personaggi di donne in crisi, mettendo in risalto come le decisioni importanti della vita sono sempre ardue e faticose da prendere, figuriamoci stavolta. Il soggetto è tratto dal romanzo della scrittrice statunitense Sigrid Nunes What Are You Going Through, girando per la sua prima volta in lingua inglese. Questo vuol dire che torna anche a discutere di morte e di malattia, come appunto in quel film così personale e come dolorosamente aveva appena fatto con i corpi sepolti di Madres paralelas. Con l’età che avanza può capitare che si cominci a riflettere sulla vita che passa e che ci conduce all’addio.

Torna con lo schema che ben conosciamo, quello di donne che amano parlarsi e confidarsi, spessissimo ricordando il passato, andando ai tempi felici o meno, dei dolori della vita, degli amori, di ciò che poteva essere e dei sogni non realizzati. C’è sempre un tocco di nostalgia e di malinconia, quiete e riflessive dopo i ritmati primi film pieni di sesso, trasgressione e qualche omicidio commesso per legittima difesa. Anche stavolta, osservando le due protagoniste Ingrid e Martha, le due parlano rivangando i tempi passati e gli amori in comune, come accadeva nei film evocativi dei tempi migliori del suo tipico e preferito cinema. Senza mai abbandonare il colore preferito, quel rosso che tinge soprammobili, divani, paralumi, lampadari, camicette, la Volvo con cui si spostano, il lettino sul terrazzo, il pick-up con cui viaggiano la giovane Martha con il fidanzato e, soprattutto e particolare determinante, la porta della camera dell’ammalata che resterà chiusa il giorno scelto per ingerire la famigerata pillola. Il colore dell’amore. A prescindere se etero o omo, anche questa volta immancabile, addirittura contaminando l’opera caritatevole e umanitaria di un paio di missionari carmelitani ispanici dislocati in Iraq per aiutare la povera popolazione locale.

A prescindere dalle connotazioni visive e tecniche, il film è una profonda riflessione sulla scelta personale del fine vita quando non esiste più speranza di vincere la malattia. Il film parte come una qualsiasi trama di un film americano. Ingrid Parker (Julianne Moore) è una scrittrice abbastanza famosa di libri semiautobiografici che, dopo molti anni trascorsi a Parigi, torna a New York dove, alla Libreria Rizzoli, firma copie del suo ultimo romanzo. Qui, nella fila, da un’amica comune, viene casualmente a sapere che Martha Hunt (Tilda Swinton), con la quale ha perso i contatti da tempo, è affetta da tumore alla cervice in fase avanzata. Immediatamente decide di andare a trovarla e si reca a trovarla in ospedale. Martha è molto felice di ritrovare la sua amica e le spiega di essersi sottoposta a una immunoterapia sperimentale che potrebbe, ma è solo una speranza, salvarle la vita. Ingrid fa di tutto per sostenere l’amica nella difficile prova e le due trascorrono molto tempo a parlare dei vecchi tempi e della loro gioventù e di come, purtroppo, si erano perse di vista, anche (soprattutto?) perché, molti anni prima, entrambe avevano avuto una relazione con lo stesso uomo, lo scrittore Damian (John Turturro).

Questa è l’introduzione della storia, da qui si dipana il resto della trama, con la sempre più frequente presenza della scrittrice in ospedale e, specialmente in seguito, nella casa appartata immersa nella natura che l’ammalata affitta per trascorrere ufficialmente il periodo di intervallo tra le cure. In realtà Martha ha deciso di porre fine alla sua vita mediante una pillola comprata nel dark web, ha deciso, cioè, di suicidarsi per evitare sofferenze insopportabili, dato che la cura sperimentale è fallita. Ha scelto di scegliere. Ha preferito stabilire di non soffrire e di porre la parola fine nel momento che riterrà giusto, cioè quando il dolore starà infierendo maggiormente. La particolarità, però, sta nel fatto che non vuole farlo in solitudine e ha già chiesto ad altre fidate amiche se qualcuna di loro è disposta a farle compagnia vivendo gli ultimi giorni nella camera accanto alla sua ultima. Nessuna ha accettato ed allora si è rivolta, cogliendo l’occasione rivedendola, all’intima amica d’un tempo, riallacciando un legame spezzato per una incomprensione.

Andando a trascorrere quegli ultimi giorni tra i suoni melodiosi del cinguettio degli uccelli nella casa costruita nel mezzo di una riserva naturale nel New England, le due amiche vivono in una estrema e stranamente amabile situazione, tra ricordi, conversazioni intime e scambi più profondi, così che le due amiche riscoprono la poesia, la letteratura, il cinema e sopra ogni cosa la vera amicizia e l’intimità di dirsi sinceramente ciò che pensano, anche l’una dell’altra. Ed anche le virtù di cui sono fatte la realtà, la morte, l’amicizia, le relazioni e le esperienze della vita passata. Come visto in altri film di Pedro in cui le donne parlano del passato, tornano a quando erano giovani e piene di vita, della precoce gravidanza di Martha, fidanzata con il giovane Fred, prima felice e spensierato, poi tornato dal Vietnam con l’insopportabile trauma post-traumatico che lo aveva reso infelice, morto lontano quando era sposato con un’altra ragazza. Gravidanza che le aveva regalato una ragazza, Michelle, che non avendo avuto piena soddisfazione in merito alle notizie sul padre, si era allontanata del tutto dalla madre, la quale non aveva più notizie della figlia, con suo grande dispiacere, nonostante tutti gli sforzi per riallacciare il rapporto, specialmente ora che la vita andava a spegnersi.

Due volte Martha cita alcune righe di The Dead di James Joyce, inserendole nei continui colloqui. Parlano, chiacchierano, si fanno confidenze, si confortano. Sì, anche Ingrid ha necessità di essere sostenuta nel suo difficile compito, dato che Martha è determinata nel suo carattere e non ha minimi ripensamenti sulla decisione presa ed è fortemente convinta di aver preso la decisione necessaria e giusta. L’unica condizione è che non avviserà prima l’amica, che quando vedrà la porta rossa della camera chiusa capirà che tutto si è compiuto.

Gli interventi di Damian sono corollari non importanti ma utili a Ingrid per avere una valvola di sfogo e di appoggio morale, di aiuto e difesa psicologica nei giorni di attesa, che sono lunghi ma trascorsi serenamente, senza fretta o indecisione. L’unico compito importante che resterà dopo sarà quello di mettere al corrente la figlia Michelle (interpretata anch’ella dalla Swinton non invecchiata della sofferenza ma anche ringiovanita dal trucco adeguato), a cui lei finalmente farà luce, tardivamente, sulla sorte del padre mai conosciuto. Invece il tocco finale di natura poliziesca, con un cameo di Alessandro Nivola, potrebbe sembrare superfluo ma invece serve a presentare l’aspetto legale e sociale del problema di cui si continua a discutere in quasi tutti i Paesi del mondo. L’eutanasia è un reato perseguibile contro chi aiuta la persona che ha deciso volontariamente e nel pieno delle sue facoltà? È giusto accanirsi in terapie inefficaci che servono solo a prolungare una vita che il paziente non sopporta più? Chi assiste e presta collaborazione all’ammalato grave è responsabile come un complice di un crimine? L’eutanasia è un crimine contro la persona? Pur non essendo direttamente coinvolta nell’operazione, Ingrid viene interrogata nella stazione di polizia come persona non solo informata dei fatti ma anche come sospettata di complicità e, chissà, come esecutrice. E per mettere maggiormente in risalto la sua posizione scomoda, il poliziotto scelto dal regista (dall’autrice del romanzo non so) lo si scopre anche uomo di fede e conservatore, quindi, almeno per come viene presentato in quei pochi minuti, situazione che mette ancor di più in evidenza il disagio che può provare l’inquisito quando interrogato da un convinto radicale di destra.

Vedendo come, truccata, pettinata, vestita elegantemente, Martha si sia spenta serenamente viene in mente come non abbia sofferto, che si sia come addormentata, che abbia compiuto il passo tranquillamente e non con i comprensibili patemi d’animo che attraversano la mente di chi, tutti i giorni ed in ogni momento, trapassa a miglior vita. Ma, sia chiaro, nulla avviene nel dolore e nella paura, e lo dimostra il fatto che, al contrario, il film ha voluto essere, per volontà del regista. pieno di vitalità. Pur parlando di morte, non è un racconto cupo o scuro. Lo testimonia la voglia delle stesse attrici di non voler parlare, a proposito del film, di eutanasia ma di morte con dignità, almeno per come si sviluppa la decisione e il rapporto tra le due donne. Perché il film tratta più della vita che della morte: è un ritratto di autodeterminazione, di qualcuno che decide di prendere l’esistenza – e quindi il suo vivere e il suo morire - nelle sue mani. Se si riflette bene, siamo più o meno tutti nella stanza accanto a qualche altro, nella stanza accanto ad altre tragedie: basti guardarsi intorno e osservare, oggi, Gaza, Libano, Yemen e via dicendo.
È anche vero, però, che i due personaggi hanno due vedute differenti della morte. Tanto è convinta Martha (e vorrei vedere, è lei che soffre e ha i giorni contati!), tanto Ingrid è una donna che non riesce ad accettarla né a capirla (forse neanche a capire pienamente la decisione dell’altra) nonostante l’intelligenza e la gentilezza d’animo che possiede. In questo quadro, nei panni di Ingrid, Julianne Moore è il surrogato del pubblico, che cerca di fare del suo meglio con un compito impossibile, forse comprensiva fino all’errore, eppure che tenta con grazia di affrontare il dolore per la perdita della sua amica senza mettere l’altra a disagio. A volte potrebbe sembrare una debole, ma tutto ciò che fa proviene da un suo senso d’affetto sincero nel tentativo di sostenere la sua amica malata. Tilda Swinton è aggraziata in un modo diverso: la sua performance sembra contenuta, aggrappandosi a un labbro superiore rigido anche se il suo personaggio sembra che stia fisicamente trattenendo il dolore. Perde la calma qua e là, va bene, ma come per ricordarci che anche lei è umana.
Tutti i film di Pedro Almodóvar sono pieni di dialoghi, di conseguenza qui, e in altre occasioni, sono gli attori a raccontare davvero la storia. Le due fantastiche attrici sostengono da sole tutto il peso del film e sono incredibili: entrambe hanno dato vita a un vero e proprio recital e, a volte, sono più commoventi che in altri film. Se Julianne Moore è passata da un ruolo di antagonista in May December e qui è diventata, all’opposto, un’emozionata alleata della partner, Tilda Swinton stava cercando con ogni mezzo di partecipare ad un film del regista spagnolo, disposta – come ha raccontato – anche ad un ruolo muto pur di girare con lui. Loro sono state premiate ed anche il pubblico può godere di un bellissimo e toccante film e di una recitazione magnifica in un’opera che offre un mare di emozioni sincere. Senza cadere nel tranello del sentimentalismo, lo spagnolo realizza ancora una volta un film che rappresenta pienamente la sua visione di cinema, almeno per quello che sicuramente sente in questo scorcio di età matura. Dirige da par suo e noi assistiamo a quello che ci aspettiamo da lui, magari con qualche novità di contenuto, dato l’argomento, e lo realizza con la formidabile fotografia di Eduard Grau e la musica di Alberto Iglesias, alla sua quattordicesima collaborazione con Pedro, con brani dolcissimi che ricordano non poco la musica sinfonica e persino operistica, una base su cui si adagiano perfettamente i dialoghi delle due donne.
“Cade la neve. Cade nel cimitero solitario dove giace sepolto Michael Furey. Cade leggera su tutto l’universo. Cade lenta, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e sui morti.”
[I morti (The Dead), di James Joyce]

Riconoscimenti
Festival di Venezia 2024
Leone d’oro a Pedro Almodóvar
Premio Brian
European Film Awards 2024
Candidatura per il miglior film
Candidatura per il miglior regista
Candidatura per la miglior sceneggiatura
Candidatura per la migliore attrice a Tilda Swinton
Golden Globe 2025
Candidatura per la miglior attrice in un film drammatico a Tilda Swinton
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