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La testimone – Shahed (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 15 mar
  • Tempo di lettura: 6 min

La testimone – Shahed

(Shahed) Germania/Austria 2024 dramma 1h40’

 

Regia: Nader Saievar

Sceneggiatura: Nader Saievar, Jafar Panahi

Fotografia: Rouzbeh Raiga

Montaggio: Jafar Panahi

Musiche: Karwan Marouf

Scenografia: Leila Naghdi Pari

Costumi: Leila Naghdi Pari

 

Maryam Bobani: Tarlan

Nader Naderpour: Salar

Ghazal Shojaei: Ghazal

Hana Kamkar: Zara

Abbas Imani: Solat

 

TRAMA: Tarlan è un'anziana insegnante e sindacalista che ha adottato, quando era ancora una bambina, Zara. Ora costei è una donna che ha una scuola di danza, attività che il marito ritiene disonorevole. Un giorno Zara viene uccisa e Tarlan intuisce che l'assassino è il marito. Ha infatti visto ciò che non doveva vedere e questo la rende una testimone che va tacitata.

 

VOTO 7,5



Nel corso della sua carriera, Nader Saievar ha esplorato in modo ricorrente il tema del controllo e della manipolazione governativa in Iran e anche qui, coraggiosamente, narra una storia terribile, testimonianza del modo in cui viene mostrato il tipo di controllo capillare che la polizia esercita sui cittadini, anche nelle situazioni familiari. In pratica, come ben sappiamo, il governo mette in atto diverse forme di verifica per mantenere il suo dominio sulla popolazione. Gli intellettuali e gli artisti contrari al regime, come il regista, cercano di lottare nei loro campi e in questo film assistiamo ad una storia di ribellione alle oppressioni del regime islamico attraverso gli occhi di una donna. Un’eroica donna, come Tarlan, una insegnante in pensione che non si arrende, è attivista, è sindacalista e difende i diritti soprattutto delle donne sottomesse con la forza al pensiero maschilista e patriarcale del sistema teocratico che lì vige. È impressionante, e lo si nota nelle cronache quotidiane, come tanti cittadini e cittadine intervengono per redarguire le donne che non portano correttamente il velo o, come succede ad un personaggio, che non lo indossano affatto.



Tarlan adottò, quand’era piccola, Zara, che ora è sposata con Solat, un uomo d’affari governativo che per questa sua mansione ha acquisito una posizione sociale invidiabile, con una bella casa ben arredata ed una macchina di lusso. La moglie è cresciuta con le idee ribelli e democratiche della madre acquisita e così è successo per la giovane figlia Ghazal, che guarda la nonna come un esempio per la sua crescita. La colpa che l’uomo attribuisce alla moglie, oltre al fatto di non essere riservata, è di gestire una scuola di danza che ai suoi occhi è un oltraggio al pudore familiare ed insiste, anche presso la suocera, affinché la vergognosa attività venga chiusa. Tarlan nota che spesso la figlia ha dei lividi sul viso ed intuisce che viene maltrattata, motivo per cui la esorta a farsi rispettare. Zara ama troppo il suo lavoro, considerandolo anche un’espressione di libertà e non cede alle ingerenze del coniuge.



Quando un giorno l’anziana donna intravede un corpo esanime, forse cadavere, nella camera da letto nella casa della figlia, intuisce che qualcosa di grave sia avvenuto e chiede informazioni a Solat, il quale rivela che è il corpo di un suo amico che lui ha ucciso ma che ora sarà aiutato a provvedere a sistemare la faccenda. Ma Tarlan non ha notizie da giorni di Zara e i sospetti di una violenza fatale non tardano nella sua mente. Quell’uomo, così prepotente e potente nella società iraniana, nasconde sicuramente la verità, forte della sua posizione sociale e della mentalità ambientale. La povera ed impotente donna sa che può far poco ma non si arrende: il suo spirito ribelle affamato di giustizia e libertà la spinge a cercare la verità e senza perdersi d’animo denuncia i suoi sospetti alla polizia. La quale farà solo finta di indagare. Difatti il cadavere è davvero della figlia e solo la giovane Ghazal si schiera dalla sua parte, uniche alleate contro il sistema corrotto. “Sono una testimone!” “Non parli a nessuno delle sue fantasticherie!” se non vuol fare la fine delle donne che sono cadute giù dalla collina.



Anche il figlio di Tarlan, Salar, in prigione per non aver pagato i debiti della sua attività commerciale, fatto uscire perché la madre riesce a trovare una parte delle cospicue somme che deve pagare, è dalla parte dell’uomo d’affari, verso cui il giovane è riconoscente per il sicuro interessamento al suo caso. È la mentalità che pervade la società iraniana, è un muro di gomma contro cui nulla o pochissimo può fare una povera donna già malvista dalle istituzioni per le sue iniziative sindacali, ma lei non si arrende e combatte fino a quello che le è concesso e quando si accorge che, dopo serie minacce anche fisiche da parte della polizia, che la sorveglia continuamente, la verità non verrà mai più a galla e sua figlia resterà un caso chiuso, decide di farsi giustizia da sola. Con l’alleanza della nipote, forse anche più decisa di lei stessa, che ha voglia di danzare per la propria libertà e di tutte le donne iraniane. Intanto, il genero le dice: “È importante che tu stia molto attenta” “Che cosa vuol dire?”



Il clima è pesante, ogni attimo di vita vissuto in Iran, ancora oggi, è una piccola e continua dimostrazione dell’oppressione che ammanta la vita delle donne in ogni occasione, in qualsiasi situazione, anche per il timore di delazioni da parte degli altri cittadini. Non si sa mai di chi fidarsi e solo le donne coraggiose e indipendenti come Tarlan, ormai punto di riferimento delle altre donne, sanno che la dignità, in primis quella loro, non è negoziabile e combattono anche a costo della vita. Gli esempi sono tanti, principalmente quegli delle giovani ragazze che sfidano la polizia morale (termine che già da solo spaventa) tagliando i capelli e bruciando il velo per strada, sempre arrestate e spesso non più riviste. Chi può dimenticare, una tra tante, Mahsa Amini, la ragazza assassinata nel 2022 dalle forze dell’ordine morale islamico perché non indossava correttamente il velo? Un simbolo per la lotta delle donne islamiche.



Per fortuna ci sono tanti registi coraggiosi, come Jafar Panahi ed altri, o appunto Nader Saievar, cineasti che in patria devono filmare di nascosto e a cui frequentemente non viene concesso il permesso di presentare personalmente i loro film nei festival occidentali. Per non citare i casi di tanti di loro che vengono arrestati e detenuti nelle patrie galere con accuse vaghe. Un lungometraggio che quindi offre una profonda riflessione sui temi sociali fondamentali che risuonano con grande attualità, invitandoci a considerare quanto sia cruciale lottare sempre contro le ingiustizie, che il regista ha scritto insieme a Jafar Panahi (regista Orso d’Oro per Taxi Teheran e Leone d’Oro nel 2000 per Il cerchio) che ha curato anche il montaggio come fa spesso anche per i suoi film. La scena in cui Zara, seduta nella sua auto, viene apostrofata da un’amica della madre, tutta coperta dal nero chador, solo perché non indossava l’hijab, il foulard che copre orecchie, nuca e capelli, è raccapricciante ed inquietante e non servono commenti per illustralo. “Dio le ha dato la bellezza per sedurre suo marito. Non altri uomini!”



Cosa può restare a quelle povere ragazze se non il sacrificio a cui si offrono quando è perlomeno difficile percorrere la strada per l’emancipazione e la libertà in stati così oppressivi, dove imperano gli editti espressi dagli ayatollah? Neanche una denuncia, pur se non circostanziata, come quella di Tarlan serve a smuovere questa mentalità opprimente, perché, come dimostrato e come accade per davvero, le autorità non fanno che ostacolare l’accertamento della verità.



Amnesty International Italia ha voluto sottolineare che l’opera descrive una società in cui la discriminazione di genere è radicata in ogni aspetto della vita quotidiana. Nonostante mezzo secolo di oppressione, le donne iraniane continuano a lottare con coraggio contro la discriminazione, il patriarcato e la repressione, sfidando le minacce e il pericolo. Secondo la fondazione “Una Nessuna Centomila”, il film rappresenta non solo la condizione di ingiustizia istituzionale che le donne iraniane subiscono ancora oggi, ma anche una critica alle dinamiche maschili che rifiutano la libertà femminile. Le protagoniste del film, pur soffrendo per l’oppressione e la violenza, trovano forza nella solidarietà reciproca e nel coraggio di parlare e agire. Anche quando molte di loro pagano con la vita, altre continuano a danzare, resistendo per sé e per tutte le donne.



Film 7che è un dramma sociale ma che assume anche le tinte del thriller, che lascia interdetti ed emozionati, basiti e spaventati, è un lungometraggio estremamente realistico perché attendibile, arrabbiato perché il rancore esplode per e con forza nell’animo delle oppresse, doloroso perché provoca male fisico e morale, ma che sembra non perdere mai la speranza che le cose possano cambiare in futuro ed è forse proprio questo che spinge Nader Saievar – regista esemplare nel compito che ha voluto svolgere – ad un finale con due colpi di scena che non suonano come vendetta, bensì come quell’armonia che si chiama giustizia. In una maniera o l’altra, queste donne, specialmente giovani, speriamo sapranno sovvertire il regime patriarcale e teocratico per affermare definitivamente la loro indipendenza. Il simbolismo non si ferma qui, perché in quel finale liberatorio, la musica che fa ballare finalmente Ghazal diventa anche un vento che abbatte i pannelli di plastica che il padre aveva eretto a mo’ di sipario sulla loro villa: loro crollano e il cancello si spalanca verso il mondo esterno e la libertà di esprimere se stesse.



Gli attori sono tutti bravi ma il fardello della credibilità e della verosimiglianza della realtà iraniana se lo carica sulle spalle un’attrice meravigliosamente vera: Maryam Bobani è la madre coraggio interpretata in maniera commovente, dosando tempi e pause, parole e mimica, sguardi e gesti che la elevano a grandissima attrice. Buona parte dei meriti del film sono anche suoi.

“Che succede?”

“Quello che succede sempre!”

Intollerabile!



Riconoscimenti

Festival di Venezia 2024

Premio degli spettatori



 
 
 

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cinefilo da bambino

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