La treccia (2023)
- michemar
- 11 mar
- Tempo di lettura: 5 min

La treccia
(La tresse) Francia/Canada/Italia/Belgio 2023 dramma 2h1’
Regia: Lætitia Colombani
Soggetto: Lætitia Colombani (romanzo omonimo)
Sceneggiatura: Lætitia Colombani, Sarah Kaminsky
Fotografia: Ronald Plante
Montaggio: Albertine Lastera
Musiche: Ludovico Einaudi
Scenografia: Dorian Badiou
Costumi: Odette Gadoury
Mia Maelzer: Smita
Sajda Pathan: Lalita
Nehpal Gautam: Nagaraj, il marito di Smita
Fotinì Peluso: Giulia
Avi Nash: Kamal
Manuela Ventura: madre di Giulia
Mimmo Mancini: padre di Giulia
Kim Raver: Sarah
Sarah Abbott: Hannah
Victor Andres Turgeon-Trelles: Ron
Lætitia Colombani: la maestra di Hannah
TRAMA: Smita, Giulia e Sarah provengono da diverse parti del mondo e non si sono mai incontrate, ma sono legate da qualcosa di intimo e unico.
VOTO 5

Tratto dal romanzo best seller della stessa regista, il film parla del filo conduttore che lega l’esistenza di tre donne di mondi lontani, ma unite dalla voglia di resistere nonostante le avversità. La storia segue i percorsi di vita geograficamente distanti: tre donne, di tre continenti e, nelle differenze culturali, con tre modi – caratteriali e culturali - di affrontare il proprio destino. In India, Smita (Mia Maelzer) appartiene agli “intoccabili”, la casta più umile, destinata ai compiti più degradanti e maltrattata perfino a scuola, donna che cerca di cambiare almeno il futuro della figlia; in Italia, Giulia (Fotinì Peluso) si trova d’un tratto costretta a confrontarsi con la crisi economica della sua famiglia e rifiuta compromessi di matrimoni convenienti per salvare la situazione; in Canada, Sarah (Kim Raver), è un’avvocata di successo che scopre di avere una grave malattia che le sconvolge la vita.

A rendere più drammatiche queste storie di tutti i giorni, succede che lo stravolgimento dell’esistenza, di tutte e tre le donne e della loro famiglia, accade proprio quando la vita pare offrire l’occasione di migliorare. Infatti, nella famiglia della poverissima indiana Smita, composta anche dal marito e dalla piccola figlia, arriva il momento insperato di poter mandare la ragazzina a scuola, prefigurando un futuro migliore, ma lì succede il più increscioso dei fatti che ci si può attendere: il maestro, accortosi dell’umile provenienza sociale della bimba, le ordina di scopare il pavimento della classe. Quando la mamma la trova fuori di casa seduta a terra moralmente abbattuta, capisce che in quel luogo la figlia non avrà futuro: l’ideale è partire per la città e cercare maggior fortuna lontano. Giunti a destinazione, il primo gesto di ringraziamento e di buon auspicio che Smita vuol compiere è andare a piedi sino al grande tempio di Visnù e donare i propri capelli e quelli della lunga coda intrecciata della bimba.
Di questo personaggio, la regista dice: “Smita rappresenta la determinazione e la speranza, la prova che il cambiamento inizia dal coraggio di una singola persona.”
A Monopoli, in Puglia, Giulia aiuta il padre che ha un laboratorio di parrucche confezionate con capelli naturali certi, provenienti solo dalla zona e dall’Italia per ottenere prodotti finiti di alta qualità. Ma gli affari vanno malissimo e il padre non ha mai confessato ai familiari di essere sull’orlo del fallimento essendosi indebitato con la banca fino al collo, fino all’ipoteca sulla casa che abitano. Quel laboratorio ha tante donne che vi lavorano ed il fallimento sarebbe uno sfacelo per tutte le famiglie. La mamma vorrebbe accasarla con un giovane di una famiglia ricca, desiderato da tutte le ragazze della cittadina, ma Giulia si sta innamorando di Kamal, un giovanotto sikh, che lavora in zona. Nonostante le ostilità dei parenti, la giovane mostra coraggio e intraprendenza, prendendo le redini della piccola impresa quando il padre, reduce da un incidente stradale, viene meno e con le idee innovative dell’immigrato rimette in carreggiata l’azienda, che diventa una cooperativa anche per volontà delle operaie.
Di Giulia, la regista dice: “È un ponte tra passato e futuro, un personaggio che ho amato scrivere e che ho voluto raccontare con tutta la sua umanità.”
A Montreal, in Canada, l’avvocata Sarah ha una bella famiglia ed una carriera luminosa in un potente studio legale, dove ormai viene vista come la futura associata in cima alla piramide. Ma alla vigilia di un processo importantissimo, per lo studio e per la carriera, scopre un tumore al seno per cui deve essere urgentemente operata. Cercando di tenere la notizia segreta, la storia si viene ugualmente a sapere e lo studio legale la accantona momentaneamente, facendola precipitare anche in una crisi depressiva, fin quando saprà reagire, culminando il suo rientro nella società civile e nella famiglia comprandosi una bella e adeguata parrucca. Confezionata a… Monopoli, con i capelli della treccia della bimba indiana.
Ed infine, di questa donna l’interprete dice: “Sarah è una donna straordinaria, combattente e vulnerabile allo stesso tempo. Interpretarla è stata una delle sfide più affascinanti della mia carriera. La regista invece ha affermato: “Volevo mostrare come anche chi sembra avere tutto sotto controllo possa ritrovarsi improvvisamente in balìa degli eventi.”
Insomma, non è che siano grandi storie, non è che ci troviamo davanti ad una trama travolgente e coinvolgente più di tanto. È un romanzo dalle tonalità fatalistiche che trionfa nella letteratura facile e che la stessa autrice ha sentito il bisogno di trasportare in prima persona sul grande schermo e con tutta l’aurea femminile: donne son tutte le componenti del cast tecnico (fatta eccezione per le musiche di Lodovico Einaudi) e della maggior parte di quello artistico. Un film di donne sulla donna fatto da donne, ma soprattutto sulle donne sempre in difficoltà nella società di qualsiasi tempo, anche se oggi le cose vanno solo un po’ meglio, ma mai come dovrebbero. Facile retorica ma è la realtà. Qui, tre vite, tre donne, tre continenti, tre battaglie da combattere. Pur non conoscendosi, le donne sono legate senza saperlo da ciò che le sta unendo.
Semplice, troppo semplice, direi semplicistico fare cinema in questa maniera. La sceneggiatura è di livello mediocre e troppo didascalica, in cui spicca la semplicità dei dialoghi, da fiction. La recitazione, ad eccezione delle tre vere protagoniste, è dello stesso livello e non va oltre la banale postura del teatro parrocchiale. Il resto è da tour operator, con le immagini da cartolina e le ambientazioni caratteristiche che ci si può aspettare dall’India classica e dalla Puglia dalle case bianche e dal mare azzurro. Primi piani inefficaci, inquadrature ordinarie. È evidente quanto la regia sia acerba e immatura, come un debutto qualsiasi e non memorabile la messa in scena, che risulta piatta. Purtroppo mi è toccata una versione doppiata che ha ulteriormente peggiorato la visione, in quanto il sonoro è pessimo e i dialoghi della parte italiana sono recitati con eccessiva foga e velocità, fino ad essere quasi inascoltabili. Peccato, perché il concetto che la vita di ognuno di noi possa essere intrecciata con quelle degli altri, in modi che non possiamo prevedere, è un buon punto di partenza.
Quello che si può ritenere salvabile è il contenuto del contributo per l’affermazione legittima della donna nel mondo maschilista e classista contemporaneo, le belle musiche di Lodovico Einaudi e la buona interpretazione di Fotinì Peluso che, crescendo, sta migliorando.
Il resto è un fotoromanzo applicato ad un argomento serio che va affrontato molto meglio.
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