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Nido di vipere (2020)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 11 mar
  • Tempo di lettura: 5 min

Nido di vipere

(ipuragirado japgo sipeun jimseungdeul) Corea del Sud 2020 thriller 1h48

 

Regia: Kim Yong-hoon

Soggetto: Keisuke Sone (romanzo)

Sceneggiatura: Kim Yong-hoon

Fotografia: Kim Tae-sung

Montaggio: Han Mi-yeon

Musiche: Nene Kang

Scenografia: Han Ah-rum

 

Bae Sung-woo: Kim Jung-man

Jeon Do-yeon: Choi Yeon-hee

Jung Woo-sung: Kang Tae-young

Yoon Je-moon: Myung-goo

Shin Hyun-been: Seo Mi-ran

Youn Yuh-jung: Sunja

Jung Ga-ram: Jin-tae

Jeong Man-sik: Park Doo-man

Park Ji-hwan: Conger

Kim Jun-han: Jae-hoon

 

TRAMA: Un umile inserviente, che si prende cura della madre malata, trova una borsa piena di soldi in un armadietto della sauna dove lavora. Ignora però che dietro quella borsa si celi un intrigo di malviventi. Inizia così un disperato gioco senza esclusione di colpi.

 

VOTO 7



Come si dice Pulp Fiction in coreano? Leggendo il titolo originale si potrebbe tradurre in “Bestie che vogliono afferrare persino una pagliuzza”, ma da noi è diventato un pericoloso nido di vipere che si mordono in un gioco mortale così spiazzante e rocambolesco che il finale diventa imprevedibile, dove tutto può succedere in ogni momento, perfino quando la trama pare prendere una strada finalmente definitiva. Invece no, nel momento che si pensa che siamo alla svolta decisiva si ricomincia daccapo. Tutta colpa di un borsone firmato Vuitton, discretamente pesante perché è pieno zeppo di mazzette di banconote che risolverebbero per sempre la vita di uno dei tanti personaggi che pullulano in questo film. Un noir orientale dai risvolti sempre e continuamente sorprendenti. Tutto per un borsone. Ma che borsone!



Siamo in una città portuale della Corea dove si incrociano le difficili esistenze di un gruppo di persone tra loro sconosciute, ma legate dal destino e da quella borsa zeppa di denaro, che a ognuno di loro occorre per motivi differenti, essendo o pieni di debiti o criminali. Una storia circolare (proprio come il celebre film tarantiniano) che inizia in un centro di sauna dove lavora un uomo pieno di problemi (moglie infelice, madre malata e isterica) sull’orlo del licenziamento perché in quel posto basta arrivare due volte sole in ritardo al lavoro che il dispotico proprietario ti licenzia. Il problema è che quel dipendente ha bisogno di lavorare, almeno per pagare i suoi debiti e risolvere le questioni familiari.



Lui è Kim Jung-man, una volta proprietario di un negozio ormai fallito, che ora lavora come dipendente part-time in una sauna, sempre di corsa e in ritardo perché, tra l’altro deve prendersi cura della madre malata. Un giorno, mentre è al lavoro, rinviene in un armadietto una borsa piena di banconote e decide di nasconderla nel magazzino, tenendo all’oscuro anche i suoi colleghi, così da potersene appropriare in caso nessuno si presentasse a reclamarla. Poi c’è Tae-Young, un funzionario della dogana che deve una grossa cifra a un gangster per sanare il debito della sua ex fidanzata Yeon-Hee, di cui non ha più notizie da alcune settimane. Poi ancora conosciamo la bella Mi-Ran, una hostess che lavora in un bar per soli uomini, mentre a casa l’attende il marito, un uomo molto violento che le lascia sempre ferite fisiche e morali. Grazie a un cliente, il giovane cinese immigrato Jin-tae, la donna decide di sbarazzarsi una volta per tutte del coniuge, pensa di liberarsene facendolo uccidere da questi, ma le cose non andranno nel verso giusto. Anzi i due si troveranno nei guai ancor di più.



Diviso in capitoli che dividono la linearità della narrazione degli eventi, il film fa incrociare i destini di questi personaggi, ognuno dei quali cerca di tirarsi fuori dai guai cercando di venire in possesso del denaro. Non si conoscono, le loro strade si incrociano senza volerlo, e sempre girando attorno a quel maledetto borsone: dove arriva e tra le mani di chi arriva ci sono sempre complicazioni e cadaveri, tanti cadaveri. Perché tutti sono agguerriti o lo diventano, tanti imbranati, e non pochi sono criminali che ammazzano con una facilità che disarma. Coltelli, pugnali, pistole, corpi contundenti che colpiscono e fanno sanguinare l’avversario di turno lasciando una lunga scia rossa sul pavimento. Personaggi trucidi senza scrupoli, piccoli boss con al seguito tipi stralunati pronti ad eseguire gli ordini più truculenti. Solo uomini? Ma niente affatto! Tra le donne la più scatenata è proprio la Yeon-Hee di cui il doganiere non ha più contatti. La quale torna più vispa di prima e capace di superare in prodezze cruente lo scagnozzo del boss. E che fine può fare?



Non ci sono vinti e vincitori in questo gioco al massacro, che – sia chiaro – non è un horror, per nulla! È un noir color giallo coreano (mi si perdoni la battutaccia) che si crogiola nel suo plasma ematico fino a saper divertire, a distrarre il gioco al massacro in una giostra sempre in movimento da cui scendono e su cui salgono più o meno sempre gli stessi giocatori ma a turno, persino uno dei più strampalati poliziotti che si siano mai visti, uno a cui piace atteggiarsi a tenente Colombo quando fa finta di aver finito e ricomincia con una domanda apparentemente innocua che serve invece a non togliertelo d’intorno fino a sera. Ovvio che anche lui finisce nel crogiuolo in cui cascano tutti, triturati dalla voglia di mettere mani sul borsone Vuitton ma che nessuno riesce a detenere più di un certo tempo. Insomma, un giro lungo lungo, seguito dalla regia con un continuo movimento temporale che fa salti avanti e indietro per seguire la pista delle mazzette, che alla fine plana (ma non sembrava definitivo? No) nelle mani, ancora umili, di una donna delle pulizie dell’aeroporto da dove l’ultima persona detentrice pensava di salpare con il malloppo.



Pulp, pienamente pulp, secondo i dettami del genere e di Tarantino, senza trascurare i piccoli riferimenti dei Coen con qualche citazione di Fargo. Fiction senz’altro. Ironico tanto. Macabro no, anzi simpaticamente sanguinolento, fino a divertire. Perché, il film segue la scia dei successi del cinema coreano, noto per la sua abilità nel mescolare critica sociale e toni cinematografici audaci. Kim Yong-hoon (non lo conoscete perché è un esordiente, accidenti a quant’è bravo) dimostra una padronanza narrativa utilizzando trame sovrapposte e una struttura capitolare per dipingere un quadro sociale instabile. Il film, sebbene poco originale, mescola violenza e avidità in un gioco brutale dove le relazioni umane diventano importanti e decisive, fino ad assumere le caratteristiche della black comedy.



La pellicola è inevitabilmente apprezzabile per davvero, anche per la capacità di mantenere alta la tensione e per l’uso efficace delle caratteristiche del genere e rappresenta in maniera chiara un’ulteriore conferma della qualità e della reputazione del cinema coreano che non delude quasi mai, sia che giochi sporco che nei drammi sociali e familiari, se non addirittura di crescita adolescenziale.

Gli attori? Bravissimi e simpatici, anche se sanguinanti.

(Se vi capita di trovare un borsone Vuitton, guardateci dentro, d’ora in poi)



 
 
 

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