Puan - Il professore (2023)
- michemar
- 18 mar
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 20 mar

Puan - Il professore
(Puan) Argentina/Italia/Germania/Francia/Brasile/UK 2023 commedia 1h49’
Regia: María Alché, Benjamín Naishtat
Sceneggiatura: María Alché, Benjamín Naishtat
Fotografia: Hélène Louvart
Montaggio: Lívia Serpa
Musiche: Santiago Dolan
Scenografia: Julieta Dolinsky
Costumi: Mariana Seropian
Marcelo Subiotto: Marcelo Pena
Leonardo Sbaraglia: Rafael Sujarchuk
Julieta Zylberberg: Jasmine Lutzky
Alejandra Flechner: Doris Caselli
Cristina Banegas: Dean Beatriz
Mara Bestelli: Vicky Pena
Gaspar Offenhenden: Manolo Pena
Juan Luppi: Lucas
Damián Dreizik: Ariel
Camila Peralta: Ivana
Zulema Galperín: Amelia
Liliana Juárez: Luisa
Claudia Cantero: Daniela Furman
Erika Andia: Isabel Choquehuanca
Héctor Bidonde: Mario Pena
TRAMA: Marcelo ha dedicato la sua vita all’insegnamento della filosofia all’Università di Buenos Aires. Quando il professor Caselli, il suo mentore, muore inaspettatamente, Marcelo presume che erediterà la posizione di titolare della cattedra che è stata lasciata vacante.
VOTO 6,5

Puan è come viene chiamato affettuosamente (poiché la sua sede si trova nella via omonima) la Facoltà di Filosofia e Lettere dell’UBA (altro acronimo che si sente spesso nel film e significa molto semplicemente l’Università di Buenos Aires, una degli istituti superiori più rinomati dell’Argentina). Tante persone vi si recano, innanzitutto, oltre ovviamente ai docenti, un sacco di gente, studenti e semplici appassionati della filosofia, campo a cui il mite protagonista Marcelo (Marcelo Subiotto) ha dedicato tutta la sua vita, con passione e competenza. È il discepolo prediletto del titolare della cattedra, il maestro, il vero mentore della sua professione, il professor Caselli, amato da tutti ma padre putativo intellettuale e maestro di vita per il nostro.
Quello che veniamo a conoscere sin dal primo momento, e poi con lo sviluppo della trama, è il carattere e il modo di vivere di questo personaggio dai lunghi capelli che scendono sul collo dal cranio ormai quasi completamente calvo. A lui piace immensamente tenere le lezioni agli studenti, lo fa con la stessa passione che lo ha caratterizzato per tutta la vita, ma si comporta con il medesimo atteggiamento anche con la tanta gente comune che si interessa a quella antica materia di discussioni esistenziali e che si presenta seduta ai banchi. Marcelo è stimato, è un buon uomo, disponibile con tutti, mai un gesto di intolleranza e di fastidio. È così affezionato al titolare della cattedra che, quando questi, mentre fa footing, cade a terra colto dal fatal malore, non è capace neanche di fare un discorsetto di ricordo in casa della vedova, dove si son riuniti i colleghi per commemorarlo. È purtroppo anche dotato di una dose abbondante di sfortuna e di goffaggine che lo mette sempre nei pasticci, mettendosi spesso in difficoltà per gesti o scelte fuori luogo o semplicemente per errore. È fatto così e lui, se prova a rimediare, è capace di peggiorare la situazione.
Il film non è propriamente un dramma pur se l’argomento è serioso ed inserito in una situazione politico-economica che sta facendo precipitare l’Argentina nel buio di una crisi che parrebbe irreversibile. Eppure, con il suo comportamento, pare di assistere ad una simpatica commedia, pronta a rovinare in un film comico. Il problema personale dell’uomo è che, sentendosi erede spirituale e professionale dell’esimio deceduto, incontrando per strada un vecchio e antipatico collega sparito da 20 anni perché trasferitosi in Germania e reduce da esperienze accademiche in tutta Europa, Rafael Sujarchuk (Leonardo Sbaraglia), intuisce che questo non è un ritorno in patria innocente e casuale, ma è un vero e proprio tentativo per prendersi il posto vacante all’UBA. Il rimpatriato è esattamente il contrario di Marcelo. Rafael è esuberante, simpatico, brillante, bell’uomo, sempre pieno di idee innovative, amante di metodi nuovi per insegnare e diffondere le idee e le dottrine dei più grandi filosofi della Storia. Il portegno (l’abitante di B.A.) non lo sopporta, lo evita, lo vede subdolo (anche lo spettatore, in verità), ma l’altro lo blocca sempre per vantarsi – con falsa modestia - dei suoi successi all’estero, dei suoi futuri programmi, e l’antipatia, oltre alla meraviglia, aumenta vedendolo addirittura fidanzato con la diva del cinema nazionale, l’attrice Vera Motta e la gente che si ferma attratta dalla star per fare un selfie con la coppia glamour. Facile immaginare l’imbarazzo del nostro.
Per arrotondare lo stipendio, in quel pericoloso periodo di crisi finanziaria che attraversa la nazione, tiene anche lezioni private, pagato a ore, in casa di una ultraottantenne benestante che prende appunti, capisce poco e si addormenta. Nel frattempo, arriva il momento del concorso per la cattedra, e chi potrebbe mai vincerlo? Lui è rassegnato e non combattivo, e tira dritto, ha bisogno di lavorare, dato che con la moglie sta decidendo di comprar casa, spinti dalla crisi e dall’inflazione che porterà il costo degli appartamenti alle stelle. Crisi che un giorno porta il governo a chiudere addirittura l’UBA, non avendo più soldi per pagare i docenti e le bollette. Chiusa. Prof e studenti per strada per protesta e continuare le lezioni che non vogliono abbandonare. Polizia. Marcelo arrestato. Lui, il più mite di tutto, per il solo fatto di aver fatto da staffetta messaggera tra il capo degli agenti in tenuta antisommossa e il personale dell’università. Come può rimediare una persona così? Accettando un vecchio invito della collega boliviana, dove nella sua patria la gente aspetta con ansia il discepolo preferito del mitico Caselli: ora, perlomeno, il prof ha avuto in regalo dalla vedova il quaderno personale in cui il maestro annotava le sue riflessioni filosofiche, che porta con sé come una bibbia.
L’attenzione del duo equilibrato che dirige, María Alché e Benjamín Naishtat, tra l’altro coetanei del 1983, è puntata sulla mimica spontanea di quell’uomo sincero e trasparente chiamato Marcelo, lo inquadra sempre, spesso in primo piano, oppure intero per evidenziare un essere educatamente goffo verso il quale si prova una facile empatia, tutto all’opposto del rivale-amico, quel tipo che più o meno ognuno di noi ha conosciuto nella vita e con cui non ha mai legato per la sua (anti)simpatia, quello bello che vince sempre, che ha la ragazza più desiderata, che ha sempre l’argomento giusto per attirare l’attenzione, come quella volta che lui doveva cantare la canzone tradizionale in memoria del maestro filosofo e, tentennando e non trovando la giusta tonalità, viene anticipato e sorpassato da Rafael al pianoforte con un brano francese che non c’entra nulla ma che attira tutti gli astanti attorno. Ciononostante, il film ha la caratteristica delle opere corali, con una miriade di personaggi, chi più chi meno importanti, sia ai fini della storia, sia per la vita del protagonista. Il quale ha una moglie comprensiva che lo osserva impietosita a causa della sua ingenuità quasi infantile, ha un figlio che ormai non fa più affidamento sul padre, ha colleghe che lo apprezzano molto, alla pari degli studenti che però vengono soffiati via per una attesa lezione nell’aula magna proprio durante l’ora che Marcelo li attendeva nella sua classe. Come si fa a non odiare un collega siffatto?
È un dramma a tratti paradossale di personaggi mediocri e ordinari, ma in più di un frame si ha l’impressione di assistere ad una prova grottesca della società odierna argentina, dove. tra un governo ed un altro. la nazione sta precipitando nel baratro del fallimento, in cui la popolazione conta sempre meno e l’austerità imposta del politico di turno non riesce a bloccare neanche minimamente l’inflazione galoppante che la riduce alla fame, chiudendo le finanze anche per l’istruzione. Il film è uscito nel 2023 e le prospettive erano già e ancora quelle, poi gli argentini hanno pensato bene di eleggere un presidente che brandisce una sega elettrica, con tanto di benservito alle politiche di equità sociale e di spesa ragionata al fine di aumentare l’istruzione e la ricerca, scelta insana che porta sempre e senza scampo al declino della società civile e democratica. Quindi, è sì una commedia personale malinconicamente comica ma inserita nella tragedia nazionale nell’ambito di un contesto politico e storico che ha portato la bella Argentina ad una crisi gravissima, in cui – come succede qui – chi stava conciato male viene abbandonato a se stesso, senza futuro e speranza.
Benjamín Naishtat non è nuovo al cinema di film duri e spietati, trattando temi riguardanti la paura sociale e i mali della violenza urbana, oppure, allegoricamente, parlando della nascita del pensiero fascista in Sud America e in altri casi anticipando, in qualche modo simbolico, la dittatura militare. È con sorpresa, quindi, che si può notare come il regista abbia voluto cambiare completamente tono in questo suo ultimo lavoro: una commedia anche degli equivoci che, curiosamente, rimanda ad alcune critiche sociali e politiche basate sull’esperienza argentina rispetto l’istruzione superiore pubblica. Mentre la collega María Alché, anch’ella sempre impegnata in pellicole drammatiche anche familiari, era rimasta nota ai cinefili per il riuscito La niña santa, suo film d’esordio premiato più volte. Ed infine, perché filosofia e Puan? Il motivo è semplice: lei era studentessa di filosofia giustappunto lì, mentre il padre di Benjamín era professore universitario sempre all’UBA in un’altra facoltà. Un universo per loro molto familiare e per questo motivo la scrittura della sceneggiatura risulta molto fluida e naturale, come spontanea.
Film che fa riflettere ma anche parecchio sorridere, che porta a considerazioni esistenziali importanti che riportano alla mente il pensiero di Spinoza, Socrate, Kant, Rousseau, Hobbes, Nietzsche e tanti altri sommi filosofi, e anche chi è ignorante in materia trova interessantissimi molti dialoghi tra i personaggi, specialmente quando il buon Marcelo spiega con parole ben comprensibili gli insegnamenti. In maniera chiara e semplice, facile da ascoltare, proprio come fanno non tanto gli studenti quanto i cittadini comuni che vogliono accostarsi alla materia, come fa anche quel poliziotto addetto alla sicurezza che si vede costretto a sedersi al banco ma che poi resta attratto dalle parole che non aveva mai udito prima.

Simpatici gli interpreti, pimpanti e spontanei, preminentemente le attrici, ognuna a suo modo è parte attiva nel concerto corale che i due registi organizzano con buoni risultati; Leonardo Sbaraglia è il perfetto antipatico Rafael, ma Marcelo Subiotto è il mattatore assoluto: la mediocrità ribaltata in passione da magistero, la giustezza dell’uomo insignificante che si fa notare per la puzza che gli si è attaccata ai pantaloni dopo essersi seduto sul pannolino sporco di cacca del neonato, lo sguardo bonario di chi ascolta tutti, l’uomo che non trova più dove ha conservato i documenti che attestano la sua carriera e i punti accumulati per la promozione. Con la preferenza dei registi di iniziare o terminare una scena con la tecnica dell’”iris out” e “iris in” (quando l’immagine si restringe gradualmente in un cerchio, come un occhio, fino a scomparire puntando su un particolare o un personaggio, e viceversa ingrandendosi), pare di tornare ai film d’una volta. Ed in effetti è un cinema che ricorda quello dei tempi andati, anche se tratta di temi attuali anche eterni e come allora mai risolti, anzi peggiorati con banditi civili chiamati dalla politica.
Buon film, sia chiaro, che ha raccolto ben 8 premi e 31 candidature in tutto il mondo.
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