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The Order (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 6 mar
  • Tempo di lettura: 7 min

The Order

USA/UK/Canada 2024 poliziesco 1h56’

 

Regia: Justin Kurzel

Soggetto: Kevin Flynn, Gary Gerhardt (The Silent Brotherhood)

Sceneggiatura: Zach Baylin

Fotografia: Adam Arkapaw

Montaggio: Nick Fenton

Musiche: Jed Kurzel

Scenografia: Karen Murphy

Costumi: Rachel Dainer-Best

 

Jude Law: Terry Husk

Nicholas Hoult: Robert Jay Mathews

Tye Sheridan: Jamie Bowen

Odessa Young: Zillah Craig

Sebastian Pigott: Bruce Pierce

George Tchortov: Gary Yarbrough

Phillip Forest Lewitski: David Lane

Victor Slezak: Richard Butler

Marc Maron: Alan Berg

Philip Granger: sceriffo Loftlin

Daniel Doheny: Walter West

Jurnee Smollett: Joanne Carney

 

TRAMA: Una serie di audaci rapine in banca e furti d’auto semina il terrore nel nord-ovest degli Stati Uniti. Un agente FBI, tuttavia, sospetta che i colpevoli non siano semplici criminali, bensì pericolosi terroristi interni.

 

VOTO 6,5



Senza saper nulla in merito, potrebbe sembrare un buon film d’azione con criminali senza scrupoli e l’FBI alla loro ricerca, mentre invece è tutta una incredibile storia verissima che mette paura, tratta dal libro The Silent Brotherhood: The Chilling Inside Story of America’s Violent, Anti-Government Militia Movement di Kevin Flynn e Gary Gerhardt che racconta come negli anni ‘80 si stava sviluppando un pericoloso gruppo eversivo di suprematisti bianchi chiamato The Order. Giusto in quel periodo, l’agente FBI Terry Husk (Jude Law) sta riaprendo l’ufficio del Bureau a Coeur d’Alene, nell’Idaho, alla ricerca di un lavoro più facile dopo aver duramente lavorato alle indagini sul Ku Klux Klan e su Cosa Nostra, sperando di riuscire a convincere la moglie e la figlia a riallacciare i rapporti con lui. Ben presto si accorgerà che non era quello il posto adatto per rilassarsi con la solita routine.



Succede infatti che a Spokane, nello stato di Washington, alcuni criminali, ritenuti inizialmente dei semplici rapinatori di banche, Pierce, Yarbrough, David Lane e il loro capo Bob Mathews (Nicholas Hoult), rapinano una filiale della Washington Mutual. Quest’ultimo fa poi visita alla sua amante incinta e poi a sua moglie, dando a ciascuno sacchi di denaro. A questo punto, nel frattempo, dopo aver esaminato un fascicolo su Aryan Nations (una sorta di setta religiosa che predica la supremazia ariana) e il suo fondatore Richard Butler, l’agente si presenta al dipartimento dello sceriffo locale e fa amicizia con il vice Jamie Bowen (Tye Sheridan), che si offre di mostrargli il complesso di Butler a Hayden Lake, sempre nell’Idaho. Il poliziotto, che ha una famiglia di razza mista, dice a Husk che West, un amico d’infanzia e membro delle Nazioni Ariane, che gli aveva confessato in via amichevole che il gruppo stava falsificando denaro, è scomparso da diverse settimane. Bowen sospetta che il gruppo sia responsabile anche di un recente attentato alla sinagoga, oltre che di una serie di rapine, tra cui quella di Spokane. Il fatto è che lui è un poliziotto idealista che è andato a scuola con molti degli stessi uomini su cui ora vuole indagare il federale, il quale incontra la collega Joanne Carney (Jurnee Smollett), che gli parla di una bomba non esplosa trovata in un negozio a Spokane nello stesso giorno della rapina. La moglie di West indica a Husk e Bowen il luogo in cui Pierce e Yarbrough lo hanno portato a caccia, e scoprono il suo corpo in una tomba poco profonda.



È solo l’inizio di una tremenda storia che incrocia estremismo razziale e criminalità locale, l’una alimentata dall’altra, dal momento che per aumentare le fila e i mezzi necessari all’attività necessitano molti soldi, ricavati appunto sia dalle molto proficue rapine che dalla stampa di banconote false. Husk non può immaginare in primo momento che pentola sta scoprendo e quale sia il grado di pericolosità di questo gruppo nato come una costola eversiva e criminale della setta segregazionista. Non lo capisce neanche il capo dell’organizzazione madre, quel Richard Butler che predica in una specie di chiesa le sue teorie razziste come una religione, molto seguita dagli abitanti della zona e con prospettive di allargamento. Non lo capisce subito e quando se ne rende conto ne è un po’ spaventato e scavalcato, anche con il serio rischio della vita. Bob Mathews sta prendendo il sopravvento anche pressi i suoi “fedeli”, che incita e catechizza per affiliarli nel suo gruppo ancora troppo piccolo, ma con mire di grandezza e pericolo per le più importanti istituzioni americane. Lui pensa in grande.



Il personaggio di Husk è un uomo sofferto, trasandato, disilluso, ma ancora illuso che la famiglia, con cui probabilmente ha seri problemi di convivenza, possa raggiungerlo nel luogo dove si è trasferito. È un uomo che sicuramente si trascina dietro problemi personali e di sofferenza pregressa, ma è altrettanto un agente molto esperto, dal buon intuito, e l’appoggio che riceve immediatamente dal vicesceriffo Bowen, contrariamente all’atteggiamento passivo e troppo tollerante sceriffo, risulta determinante, sia per la buona volontà che per la sua preziosa conoscenza dell’ambiente. Assieme formano ora una coppia decisa a scoprire quello che si sta profilando all’orizzonte: l’esistenza e la pericolosa attività criminale di un gruppo di uomini disposti a tutto, senza paura, ben armati, che dispongono di molto danaro – frutto delle continue e violente rapine – e grandi progetti per il futuro. Il problema principale dei due resta, però, che non conoscono chi siano e dove stazionino. A causa di ciò, i due uomini di legge sono sempre in ritardo, arrivano ogni volta dopo che le bombe, che hanno lo scopo di fuorviare le attenzioni della polizia, esplodono seguite presto dalla rapina.



Tutto il film è centrato da una parte sulle attività delittuose e dall’altra sulla rabbia incorporata di Husk, che ora è totalmente ossessionato dall’operazione in corso. Disposto a tutto anche lui, mentre le distanze tra delinquenti e inseguitori si accorciano: il momento dello scontro finale pare finalmente avvicinarsi e difficilmente ci saranno prigionieri. Neonazismo e legalità, estremismo e libertà democratica, razzismo e separatismo in contrasto con la società moderna multirazziale: è una miscela esplosiva che solo l’esperienza dell’FBI può contrastare. Ai fini narrativi, l’importante era creare un dualismo per rappresentare la lotta tra il bene e il male e bene fa Justin Kurzel, al suo ottavo lungo, a costruire i due personaggi centrali: l’Husk di Jude Law e il Bob di Nicholas Hoult, precisando che il primo è frutto della fantasia della sceneggiatura mentre il secondo è esistito veramente, come testimoniato dal libro soggetto del film, alla pari delle organizzazioni neonaziste, delle rapine effettuate e l’efferato ed eclatante omicidio di Alan Berg, un conduttore radiofonico statunitense, un ebreo dalle note opinioni atee e liberali e con uno stile di intervista particolarmente aggressivo e conflittuale. Quindi solo l’agente federale è inventato ma il suo personaggio si rende necessario e utile per la trama che tiene sempre alta la tensione, in un crescendo efficace per tener viva continuamente l’attenzione. Lui è il solo a notare un filo comune nella serie di rapine, contraffazioni ed esplosioni di ordigni in quell’area del nord-ovest sul Pacifico, e si dedica a dimostrare che questi eventi non sono opera di qualche criminale comune ma di un gruppo di estremisti di destra altamente organizzato e motivato, col dichiarato obiettivo di muovere guerra addirittura al governo degli Stati Uniti. Come dimostrato in una delle ultime sequenze in cui Bob scrive lettere di dichiarazione di guerra a varie istituzioni, tra cui la Casa Bianca.



Ma i particolari allarmanti non finiscono qui. Bandiere con la svastica, camicie brune, saluti romani, croci fiammeggianti, rune armane: nel film sfilano i simboli cari all’ultradestra. Ma il più spaventoso di tutti è un pamphlet, dal titolo apparentemente innocuo The Turner Diaries scritto da William Luther Pierce: si tratta di un romanzo distopico che cela tra le proprie pagine illustrate la guida a scatenare una seconda guerra civile. Sembra utopico? Per nulla! Alcune copie del volume sono state trovate abbandonate al Campidoglio, dopo l’assalto avvenuto il gennaio del 2021, quello preordinato o perlomeno col beneplacito dell’attuale (tornato) presidente USA di cui si conoscono bene le idee e quelle, soprattutto, dei suoi seguaci ed elettori integralisti. Mica per niente il film è uscito negli USA solo un mese prima del giuramento del nuovo presidente.



Justin Kurzel - di cui ho ammirato (tra i pochi appassionati?) l’impetuoso Macbeth con Michael Fassbender e Marion Cotillard (da molti bistrattato) – fa un buon lavoro, specialmente nella costruzione del personaggio Husk, combattuto dentro e fuori di sé, che sembra arrivare direttamente dai thriller polizieschi dei film a cavallo tra gli ‘80 e ‘90, sporchi, soli, senza svago, senza donna, con la sigaretta tra le labbra, che capisce di essersi incamminato verso l’inferno, ben rappresentato nella scena in cui i due uomini di legge scavano con le mani nel bosco di notte, per far riemergere il cadavere della persona di cui non si hanno più notizie. Quei luoghi lo sono davvero, o vi sono vicinissimi, ancor più imbruniti dalla fotografia di Adam Arkapaw o dalle cupe atmosfere che ricordano True Detective, ma anche le ombre shakespeariane del Macbeth citato quando anche lo spettatore respira l’aria da tragedia che pervade l’intero film senza sosta. Anzi, l’unico momento di rottura è quando, come il cacciatore di Cimino, l’agente federale si rilassa andando a caccia di cervi, momento in cui però manca il mitico one shot di De Niro: lo punta uguale, in silenzio, mentre riflette sicuramente sui suoi fantasmi, come lo sguardo ricambiato dell’animale, che in un’occasione sembra addirittura salvarlo dall’imboscata del nemico.



Eccellente la maniera con cui Jude Law si è calato nei panni dell’agente, attore sempre attento ai rivolti psicologici dei suoi ruoli, eclettico, che sa passare attraverso personaggi anche parecchio complessi come questo. Lo spettatore segue il film solo in base al suo comportamento, al suo modo di interpretare. Bravissimo! Non meno strega il personaggio di Nicholas Hoult, che presta il suo fisico ormai da adulto, robusto e volitivo, a cui bastano i primi piani del regista per esplicare interamente la malvagità dell’uomo, dal volto nervoso che è spietato e sfuggente insieme, incarnazione diabolica capace di prendersi la scena in ogni momento e in ogni contesto. Convincente. Personaggio capace anche di commuoversi al pensiero di dover uccidere un suo uomo che credeva affidabile e che lo ha tradito, come uno spietato boss del periodo più “romantico” del genere gangster. È una lotta spietata tra i due personaggi e una bella gara tra i due attori, non c’è che dire. Senza trascurare il buon Tye Sheridan che non è più il ragazzino di Mud ma un giovanotto ormai maturo per film impegnativi.



Come dice a chiarimento lo stesso regista, è una caccia all’uomo nelle profondità di quell’odio, un presagio di un’America divisa, un colpo di avvertimento di ciò che è stato e di ciò che potrebbe accadere.

Per me è buon film e non capisco le critiche che trovo in giro.



 
 
 

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