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The Substance (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 27 mar
  • Tempo di lettura: 9 min

The Substance

UK/Francia 2024 horror 2h21’

 

Regia: Coralie Fargeat

Sceneggiatura: Coralie Fargeat

Fotografia: Benjamin Kračun

Montaggio: Jérôme Eltabet, Coralie Fargeat, Valentin Féron

Musiche: Raffertie

Scenografia: Stanislas Reydellet

Costumi: Emmanuelle Youchnovski

 

Demi Moore: Elisabeth Sparkle

Margaret Qualley: Sue

Dennis Quaid: Harvey

Edward Hamilton Clark: Fred

Gore Abrams: Oliver

Oscar Lesage: Troy

Yann Bean (voce originale, Andrea Mele nel doppiaggio): Substance

 

TRAMA: Elisabeth Sparkle è una ex diva del cinema, ora star della TV ma ormai in declino. L’età avanza e la società vuole carne fresca. A seguito di un incidente, viene a conoscenza di una misteriosa sostanza che può ridarle quello che il normale corso della natura le ha tolto. Ma ci sono delle regole. Se non si rispettano, le conseguenze sono incontrollabili.

 

VOTO 7



Elisabeth Sparkle (Demi Moore) è un’attrice Premio Oscar che ha superato l’apice della carriera e conduce da anni un programma di ginnastica aerobica per la TV con grande successo. È ancora in una eccellente forma fisica e non vede ostacoli nella carriera data l’alta audience dei programmi che la vedono al centro dello schermo portare il ritmo accompagnata da un gruppo di ragazze sorridenti come lei. È ancora smagliante di forza, bellezza, grinta, ma con qualche anno sulle spalle e qualche piccola invisibile ruga ben truccata. Bella è bella ma il giorno del suo 50º compleanno, ascolta casualmente, nel bagno degli uomini dove si è recata a causa del guasto di quello delle donne, una conversazione telefonica di Harvey (Dennis Quaid), il produttore del programma, un tipo dalle giacche sgargianti, dal comportamento debordante, più sorridente della diva, esuberante e spietato, che bada sempre al sodo e al soldo, con l’unico scopo nella vita di produrre trasmissioni con alto tasso di gradimento e spot pubblicitari. Per lui l’essenziale è l’audience, il resto non conta, non esistono amicizie o predilezioni. L’uomo al cellulare parla con qualche collaboratore affinché si provveda quanto prima a sostituire la Sparkle, che trova ormai troppo vecchia per il programma. Sull’onda di questo rinnovamento, che ritiene necessario e fondamentale per il prossimo futuro, ordina addirittura il licenziamento della donna per rinnovare il palinsesto con una conduttrice più giovane. Carne fresca per gli occhi degli spettatori, ecco cosa serve! Umiliata, Elisabeth, che ha sentito tutto, si mette al volante, ma distratta da questi pensieri, guardando degli operai che strappano un poster con la sua foto (guarda che tempismo!), finisce per causare un pericoloso incidente stradale ad un incrocio.



Miracolosamente, dopo il cappottamento, ne esce bene e, una volta ricoverata per controllo, viene dimessa dall’ospedale in quanto illesa, ma, anziché essere sollevata per lo scampato pericolo, Elisabeth è avvilita, tanto da impietosire un infermiere. Questi la trattiene per un minuto dopo che anche il dottore è andato via: le palpa la colonna vertebrale dicendole che è una candidata perfetta per un non precisato scopo. All’uscita dall’ospedale, trova in tasca una chiavetta USB con il marchio “The Substance” e un numero di telefono, avvolta in un biglietto con scritto “Ha cambiato la mia vita”. Cosa sarà mai questo misterioso aggeggio e chi lo ha mai messo nella tasca del cappotto (un indumento giallo che la accompagnerà per tutto il film, lei e chi la sostituirà)? Inserita nel televisore di casa, scopre che è la presentazione di un siero venduto sul mercato nero che non serve al ringiovanimento ma a molto di più: ha lo scopo di “generare” un doppio di sé, una versione giovane, bellissima, con le forme giuste per essere al centro dell’attenzione generale, un clone con la metà degli anni. Ma ad alcune condizioni: seguire scrupolosamente e rigidamente le regole previste e di alternarsi con questa sorta di duplicato sfavillante per una settimana ciascuna. Come dire, la “matrice” e il suo clone vivranno in simbiosi e dovranno alternarsi ogni sette giorni esatti, durante i quali una delle due deve entrare in una sorta di letargo ed essere alimentata da una flebo.



Esplicativa e rivelatrice è la scena iniziale: un ago che si infila nel tuorlo di un uovo e vi inietta una sostanza chimica. Subito dopo quel rosso genera un’altra pallina simile. Si è duplicato.

“Hai mai sognato una versione migliore di te? Più giovane, più bella, più perfetta. Una sola iniezione sblocca il tuo DNA, dando vita a una nuova divisione cellulare che produrrà un’altra versione di te. Tutto questo è The Substance. Tu sei la matrice. Tutto viene da te. E tutto sei tu. Si tratta semplicemente di una versione migliore di te stessa. Devi solo condividere. Una settimana per una e una settimana per l’altra. Un equilibrio perfetto di sette giorni per ciascuna. L’unica cosa da non dimenticare: Tu. Sei. Una. Non puoi scappare da te stessa.” Avverte the Substance.



Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuole esser lieto, sia, di doman non c’è certezza. Oggi, nel mondo dello spettacolo, la giovinezza consiste in glutei marmorei, seni perfetti, sorrisi luminosi, gambe tornite, pance piatte, ma a 50 anni, nonostante la dieta giusta e la palestra, non si riesce a stare al livello di una bellissima ragazza con la metà degli anni. Stesso discorso per il conseguente successo, ammesso che lo si sia raggiunto: non dura mai in eterno ed il cinema ne ha sempre raccontato. Basterebbe, tra i tantissimi film, ricordare la diva di Viale del tramonto, miserevole trasfigurazione dell’età che passa e del successo che tramonta. Ora basta accendere la TV e su tanti canali c’è la passerella di tante donne tenute su da operazioni di estetica, blefaroplastica, innalzamento di tessuti ormai molli, di labbra gonfiate: nel mondo dello spettacolo non tutte (e non tutti, sia chiaro) accettano i cambiamenti del proprio corpo. Elisabeth vede allontanarsi l’obiettivo della telecamera, nota gli oggetti degli anni d’oro in casa, la gigantografia del suo corpo sinuoso fasciato nel body. Ed ora?



Nel frattempo, il casting per la nuova starlet ha avuto inizio, per lei non c’è più spazio. Non resta che telefonare al numero della chiavetta USB e scoprire cosa c’è dietro, cosa necessita fare, seguire le misteriose istruzioni. Se finora Coralie Fargeat - la regista parigina che si è affermata nel 2017 con il cruento e fortemente femminista Revenge – si è tenuta sul piano di un comune dramma dal carattere individuale ma anche sociale perché è un argomento che riguarda la vita di un mondo sempre in fermento, quello multiforme dello spettacolo, vira con l’atmosfera del thriller verso un lento ma costante precipizio, fatto di iniezioni e flebo. La novella Sue (Margaret Qualley) ha sbalordito i selezionatori, felici ed entusiasti nel trovarsi davanti una nuova bellezza travolgente, la ragazza ideale per sostituire la diva decaduta non più presentabile. Specialmente per l’ingordo Harvey che non ha occhi che per lei e per lo strabiliante grafico del successo con il semplice apparire sul piccolo schermo del corpo attraente della giovane, che ha le misure giuste al posto giusto, evidenziato ancor più dal costume aderente che mette in mostra tutte le sue, diciamo, qualità. “Ma che stupendo, piccolo, angelo! Sei assunta. Vogliamo un programma che sia esattamente come te: bello e felice. La gente vuole essere felice!”



Quando si esagera però va sempre a finir male e quando le due donne alter ego non collaborano più perché ognuna di loro cerca di prevalere ed ottenere chi il nuovo successo, chi ritrovare il posto nello star system, allora i passi che si compiono – cioè, il mancato rispetto delle regole imposte dalla “cura” e dalla voce di Sostanza – non possono che portare alla totale rovina. Mentale e fisica. E a questo punto la regista finalmente plana nel suo territorio prediletto, atterra sulla sua pista preferita: l’horror, nel body horror, ovviamente. Totalmente. Come se il Dorian Gray della foto prendesse con macabra violenza il posto di quello reale.



Gli accostamenti cinefili ci suggeriscono una specie di donna che visse due volte, ma quello che viene spontaneo è il cinema di David Cronenberg, il maestro di quel sottogenere, il narratore delle trasformazioni dei corpi, e se nel suo recente Crimes of the Future si immaginava una fantascientifica produzione autarchica degli organi umani, quello della Fargeat ne rappresenta il presente, l’immediato. Se è così possibile, oggi mi duplico bellissima e mi esibisco per una settimana. Ma se la duplicata trova gusto e soppianta la matrice, tutto va a rotoli, anzi nella rovina totale con una autotrasformazione corporale che porta sul palcoscenico della festa di fine anno un mostro a due teste, esplosivo e autodistruggente, dalle sembianze che fanno tornare in mente Elephant Man. Lì tenerezza e compassione, qui repellenza e assoluto disgusto. Con buona pace della/e protagonista/e e dello smodato produttore.



Questo horror spericolato e femminista non è ovviamente fine a se stesso ma ha il preciso scopo di una satira acida della pervasiva ossessione per l’estetica, e più può far schifo allo spettatore più vuol dire che la regista sta colpendo nel punto giusto. Hai voglia che la Voce ricorda al telefono o sulle istruzioni scritte che Elisabeth (e nello stesso tempo, Sue) deve ricordarsi che lei è una, unica, invece le due si comportano e commettono – soprattutto la giovane – sempre il medesimo sbaglio e cadono nel decisivo errore di farsi concorrenza. Con la conseguente sconfitta di entrambe. Ciò avviene perché la doppia protagonista non riesce a ricordarsi di essere una. Scivolata fuori dal corpo allenato ma non più ipertonico della star cinquantenne Elisabeth, la luminosa e levigata Sue fissa la versione matura di se stessa come qualcosa di irriconoscibile, di irrimediabilmente altro. La abbandona nuda sul gelido pavimento del bagno, preoccupandosi appena di attaccarla alle sacche di nutrimento settimanale. Quell’immediato non riconoscersi è solo l’inizio di un’escalation dissociativa. Vale pure al contrario, anche se non allo stesso modo: Elisabeth vuole, a tutti i costi, riconoscersi in Sue, non ci riesce e si vendica, come può, abusando il proprio corpo anziché il suo, operando così una nuova scissione: la odia, la invidia e la ostacola, e nello stesso tempo s’impone, si sforza disperatamente di sentirsi lei, di affidarle il proprio senso di sé, la propria identità.



Non sono rimasto entusiasta del film: pur apprezzandolo, principalmente per l’ottima fattura, l’intelligente sceneggiatura, la magnifica prestazione delle due primedonne, per la fotografia che sa mettere in risalto i particolari giusti, per il ritmo che non dà tregua e non fa pesare la durata, per una regia consapevole del fine da raggiungere, sebbene tutto ciò, non lo trovo indimenticabile e ora, dopo aver visto anche Anora, capisco perché è un film ammirato da tanti, me compreso, ma anche perché non ha raggiunto i massimi traguardi in fatto di riconoscimenti, ampiamente battuto dall’altro film. Bene fa comunque la brava Coralie Fargeat a parlare e scrivere di uno dei tanti problemi che affliggono la società moderna e lo fa, va da sé, alla sua maniera, come se più provochi più ti ascoltano, perlomeno ne parlano. A maggior ragione se il problema viene presentato alla pari di un’alienazione mentale e fisica, forse con un po’ di moralismo, ma il cinema ha sempre trattato i dilemmi sociali con questo atteggiamento di rimprovero e ogni autore lo interpreta nella lingua che pratica meglio. Quella della regista è l’orrore, che non è detto che sia quello dei mostri: non fanno ribrezzo certe persone che invece di migliorare il proprio aspetto si modificano sino a sembrare dei mostri? Ci sono solo dei mostri, dice spesso il poliziotto di Blob. Eh, infatti!



La dimostrazione ce la dà la regista con i suoi frequenti primi piani che distorcono l’immagine: l’Harvey di Dennis Quaid sembra lui un mostro che straparla al telefono o con i presenti, mentre la regista gli deforma il viso; oppure le inquadrature impietose sul viso di Elisabeth disfatto dal trucco stropicciato, dalle righe esagerate, dal sorriso ingigantito di Sue che pare abbia una cinquantina di denti; o lo spioncino della porta che deforma per natura, i corridoi stretti e profondi nei piani lunghi. Tutto le serve per provocare, anche il sangue spruzzato a getto inondante sul pubblico che era andato per divertirsi, come nel finale sanguinolento della Carrie depalmaniana: mentre la Sostanza serve solo a mettere in risalto la deformazione derivata dalla ricerca dell’eterna bellezza. Per questo e per il lavoro complesso, a Coralie Fargeat va il meritato applauso.



Le due attrici principali, anche se la figura centrale rimane la cinquantenne (in realtà ne ha 62 alla data dell’uscita del film, complimenti a lei), Demi Moore e Margaret Qualley sono bravissime, lasciando che la regista le indaghi con la mdp da vicinissimo mostrando pregi e difetti fisici (la giovane, per adesso, non ne ha) ma di certo la prima è una spanna sopra a tutti gli altri. Per lei è capitato un ruolo importante e ha saputo cogliere l’occasione con bravura: ottima interpretazione. L’altra non ha ormai più bisogno di conferme, è sull’onda positiva, e con i futuri ruoli che sicuramente arriveranno non farà che diventare più importante.

Buonissimo ma non memorabile.



Riconoscimenti

Premio Oscar 2025

Miglior trucco e acconciatura

Candidatura al miglior film

Candidatura alla miglior regista

Candidatura alla miglior attrice a Demi Moore

Candidatura alla miglior sceneggiatura originale

Golden Globe 2025

Miglior attrice in un film commedia o musicale a Demi Moore

Candidatura al miglior film commedia o musicale

Candidatura al miglior regista

Candidatura alla migliore attrice non protagonista a Margaret Qualley

Candidatura alla migliore sceneggiatura

BAFTA 2025

Candidatura alla miglior regista

Candidatura alla miglior attrice a Demi Moore

Candidatura alla miglior sceneggiatura originale

Candidatura al miglior sonoro

Festival di Cannes 2024

Miglior sceneggiatura

 

Un totale di 1 Oscar, 137 premi e 274 candidature!



 
 
 

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cinefilo da bambino

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